E’ passato un anno da quando ho concluso una delle esperienze, che tra tutte, ha confermato che la strada presa, fosse quella giusta. Non mi soffermerò sul programma a cui ho aderito, ma su tutto quello che ha significato per me. Per un anno, ma anche dopo.
Durante i mesi in cui sono stata a contatto con questa realtà, spesso mi sentivo dire che alla fine giocavo solo con bambini e che passavo del tempo con ragazze, facendo cose normali. La normalità. Una parola che richiama ad azioni e sentimenti positivi, quotidiane, calde. Ma in quel mondo la normalità è distorta. E’ violenza, è odio, è l’abbandono, è crescere troppo in fretta, è fredda. Ci sono state volte in cui avrei voluto piangere per loro. Ed è per questo che con loro facevo cose anormali. Parlavamo, le ascoltavo, cucinavamo insieme, a volte prendevamo un semplice caffè, andavamo ad una mostra d’arte, o guardavamo un film su un divano troppo stretto per tutte. Quella anormalità che faceva loro evadere dalla quotidianità anche solo per un’ora, anche solo per una notte. Non è sempre stato facile, non lo è quasi mai stato. Ci sono state urla, ci sono stati silenzi, porte sbattute in faccia. C’è stato il rifiuto e la colpa. E non puoi fare altro che prenderti tutto quel veleno, non puoi fare altro che tacere, perché neanche riesci a immaginarlo il dolore che c’è dietro quegli occhi vitrei e stanchi già di lottare, nonostante la giovanissima età.
Ho imparato che i bambini assorbono tutto e che lo riversano nella loro piccola esistenza sotto forma di capricci, giochi, attenzioni, e che tu sei la loro interprete, la loro voce, il loro punto di riferimento. Le loro aspettative nei tuoi confronti sono altissime, e non hai margine di errore ai loro occhi. Ci sono stati periodi in cui l’affetto che richiedevano era quasi morboso, ne avevano così tanto bisogno che ogni giorno ne volevano sempre un po’ di più. E ci sono stati mesi in cui la rabbia era incontenibile, una rabbia dettata dal fatto che si rendevano conto che le persone che stavano al loro fianco se ne andavano. Troppe volte hanno visto andare via vecchi educatori per dei nuovi, per troppe volte hanno visto scivolarsi dalle mani la loro Africa e non sentirsi comunque mai accettati in questa Italia. E la loro sensibilità è così forte, che una volta entrati in connessione, ti capiscono meglio di quanto tu possa capire loro. “C’è qualcuno che ti piace?” mi chiedono ancora adesso, “e perché non state insieme“, è complicato gli rispondo tutte le volte, il mondo degli adulti lo è sempre. “Ma se vi piacete e lui ti dà i baci sulla bocca allora state insieme“. Non è così semplice Momi mi ritrovo a sorridere, ma lui lo sa che le cose complicate sono altre. “Io e te siamo amici perché ci vogliamo bene, tu sei andata via, ma torni e fai la merenda con noi. E non c’è bisogno di dirlo vero? Ma noi siamo amici“. Sì, lo siamo. E mi avete riempito così tanto che neanche lo so spiegare quello che provo a tenervi ancora per mano quando attraversiamo la strada, a leggere le vostre pagelle alla fine dell’anno, a ricevere una telefonata con le vostre vocine che stanno cambiando, ma per me rimarranno sempre piccole. Non me lo so spiegare quello che provo quando al parco, tra tutti gli sguardi riuscite a riconoscere il mio, anche dopo anni.
L’ho incontrata che aveva solo 5 giorni e me ne sono andata che avevamo affrontato il suo primo anno di vita. La mia piccola Mouslie. L’ho vista crescere, camminare, l’ho consolata, le ho cambiato i pannolini, ci siamo cimentate nella prima pappa e le ho insegnato a dire yaay (mamma in wolof), perché le origini sono le tue radici, e già si sa quanto per me siano sacre. Mi ha resa orgogliosa ogni qualvolta nel suo piccolo mondo raggiungeva un obiettivo. E dopo due anni hai imparato il mio nome, e mi cerchi. Mi riconosci. Le tue manine che ancora si appendono ai miei capelli, e i tuoi occhi color nocciola, uguali a quelli di tua madre. Una donna forte, generosa, grande e che mi ha insegnato a dare anche quello che non si ha, se dall’altra parte c’è il legame giusto. Mi dicono che faccio parte della loro famiglia, anche se sono bionda, anche se sono bianca, e che io sarò parte di loro. E so che troverò sempre casa tra i loro profumi e odori, tra i loro colori, tra le loro braccia.
E infine, ho avuto colleghi meravigliosi, alcuni dei quali sono diventati amici. E mi hanno accompagnata in questo percorso passo dopo passo, e mi hanno istruita e mai lasciata sola. E ad oggi quello che ho imparato lo devo a loro, a tutti loro. Le stesse persone che in un anno hanno totalmente rivoluzionato il mio modo di guardare il mondo, me stessa e il mio futuro.
E non smetterò mai di imparare, perché nessuno di loro ha smesso di lottare.