Senza il sole non puoi esistere.

Hai mai provato quella sensazione di avere un macigno sul petto? Di sentirti soffocare anche se non c’è niente ad ostruirti le vie respiratorie. Di non provare più nulla se non dolore. Un dolore  che non riesci a localizzare nel tuo corpo. Che senti crescere dentro insistente, profondo, agguerrito. Ti senti dilaniato, ma non ci sono ferite. Hai la continua sensazione che da un momento all’altro tu possa smettere di respirare. Di camminare, di vedere. Pensi di non riuscire più a filtrare la luce, di non sentire più gli odori. Le tue gambe sono così pesanti, che ti sembra di avere delle catene legate intorno alle tue caviglie. E ti scendono solo le lacrime, finché avrai finito anche quelle, ed è in quel preciso istante che, senti la tua anima frantumarsi in mille pezzi. E tu ci provi disperatamente, con la poca forza rimasta, a raccogliere quei pezzi e riattacarli su di te, invano. E così, non hai altra scelta che accogliere tutto quel dolore, quel vuoto, quella mancanza di ossigeno, e sperare che finisca presto. Hai bisogno di sentire qualcosa, di sentirti riscaldato anche solo per un momento. Perché tu, tutto quel freddo, non riesci più a gestirlo. E i secondi ti sembrano giorni, le ore settimane, e i mesi anni. Non ti capaciti di come tu, che sei sempre stata luce, ora sei buio. Sei fredda. Sei vuota. “Finirà, devi solo aspettare” ti ripeti davanti allo specchio, ma fatichi a riconoscere anche la tua immagine riflessa. E vorresti urlare, ma i polmoni bruciano, e la tua voce è incastrata nella profondità della gola. Ed è vero, non c’è una via d’uscita, una scorciatoia per arrivare a quel fatidico momento in cui un tiepido raggio si fa spazio in quel cielo così nero. Devi aspettare. Fin quando riuscirirai a percepire di nuovo il vento che ti accarezza i capelli, la pioggia bagnare il viso, e il sole riscaldare la tua pelle ormai bianca e secca. Non so se il tempo che ci vuole è uguale per tutti, probabilmente no. Io ci misi un anno e tre mesi, e poi d’un tratto, in un giorno come un altro, tornò la luce.

Io che mi spengo. Io che ero luce, ora sono ombra. E ti diedi tutto, ti diedi il mio sole e tu, tu me lo portai via, lasciandomi solo sabbia, lasciandomi solo il vuoto.

I freddi vichinghi sciolgono il cuore di un’italiana

Scelsi di aderire al progetto Erasmus+ anche se non mi interessava molto il pacchetto per come veniva presentato da altri studenti, e per questo motivo, mossa dai soliti stereotipi, scelsi come destinazione la Danimarca e più specificamente Aarhus. All’inizio era tutto come ci si aspetta da un paese del nord: freddo e piuttosto buio. Durante i primi mesi del soggiorno, l’Italia mi mancava da morire: mi mancava la famiglia, il cibo, il clima e la socievolezza che solo gli italiani sono in grado di dare. Mi stavo pentendo della scelta fatta, rimpiangendo la solita opzione Spagna, Francia e Germania che ogni studente Erasmus che si rispetti sceglie.  Ma da lì a pochi mesi mi sarei resa conto dell’importante viaggio formativo che stavo intraprendendo, e il segno indelebile che questo paese mi avrebbe lasciato. La Danimarca è infatti, una nazione da capire, scoprire e apprezzare nei suoi paesaggi, nei suoi boschi fitti, e in quell’indipendenza che acquisisci non appena varchi il suo confine. Le strade sono sicure, familiari e ti accolgono come parte integrante della città. Non dimenticherò mai quella sensazione che mi accompagnava quando alla sera uscivo per una corsa senza cellulare e senza documenti. Alloggiavo a Brabrand Nord, un quartiere nella periferia di Aarhus, ma nonostante tutto mi godevo i tramonti da una panchina in mezzo ad un parchetto desolato, senza nessun genere di timore, e stavo lì, seduta e senza pensieri. Come dicevo prima, il mio è stato un Erasmus formativo: le università danesi sono meravigliose, le strutture e i comfort che offrono non passano inosservate. Hai tutto quello che serve, dalla biblioteca, alla mensa, a spazi dedicati allo sport, ma anche stanze dotate di divanetti e tendine, per concentrarsi sullo studio, o per noi provenienti dai paesi del sud, per il “riposino” pomeridiano. Università che ti fanno venire la voglia di prendere tutte le mattine l’autobus per 40 minuti, e con una temperatura da film Prigionieri nel ghiaccio, attraversare tutto il centro città per ritrovarsi semplicemente in queste splendide palazzine. Ma ciò che ha reso speciale la mia esperienza, sono state le persone che hanno accompagnato ogni singola giornata dei miei cinque mesi passati lontano da casa. In particolare Zamora, la mia coinquilina olandese, con cui ho stretto un legame così forte che ha spazzato via ogni limite, come la lingua differente. E tale legame è nato solo grazie alla fortuna di aver scelto entrambe la stessa destinazione, la Danimarca. Ad oggi ci sentiamo ancora, rendendoci partecipi delle nostre vite così distanti, e dopo tre anni dal nostro arrivederci, è fantastico vedere come la nostra intesa non sia cambiata di una virgola. Posso dire che una parte di me è rimasta lì, tra quei canali, quei tramonti e quei boschi così fitti da creare emozionanti giochi di luce. Aarhus non sarà mai la mia città, ma posso dire che la Danimarca è stata come la suoneria della sveglia, difficile da accettare, ma una volta in piedi, ti rendi conto della bellezza che hai intorno. E ringrazi te stesso per aver accettato la sfida di scendere da quel letto così caldo e avvolgente per ventate di aria fredda, ma che in fin dei conti, ti faranno sentire davvero viva.

Ci sono radici e ci sono rami.

A Genova ci sono le mie radici.
Sono incastrate sotto il cemento, che si fanno spazio ingombranti e vecchie. Ben salde ad un terreno attraversato da carrugi stretti, e corrose dal sale. Ci sono le mura, dentro le quali sono custoditi i tuoi desideri più intimi, un taglio di capelli venuto male, i primi baci, le prime sbronze con gli amici. Ci sono colline, dove vedi tramontare il sole con colori indescrivibili. Ci sono i ristoranti preferiti dove conosci i menù a memoria. C’è la lanterna che ti fa luce nelle notti più buie. Ci sono i vicoli dove nonostante tu ci sia nata, e cresciuta ancora fatichi ad orientarti. Ci sono gli amici di sempre, quelli a cui non devi più spiegare nulla, perché sanno già tutto. C’è la famiglia, e c’è la tua stanza. Il trampolino di lancio verso la vita. Quella stessa stanza che ti ha sentito gridare a pieni e brucianti polmoni e poi visto fare l’amore a cuore aperto. Quella che ti ha visto partire per poi tornare. Ci sono foto e ci sono quadri. Ci sono i tuoi diari dove sono custoditi i progetti più grandi e i sogni irrealizzati. Ci sono i libri che ti hanno cambiato la vita, e ti hanno cullata nei momenti di solitudine. C’è il mare, che ti fa sentire viva ogni volta che poggi il tuo sguardo tra le sue onde. Ci sono i km che, per così tanti anni, hai percorso. A volte in lacrime, a volte delusa, spesso spensierata. E c’è la sensazione che tutto questo ti stia stretto. Ma è quando passano i giorni, i mesi e gli anni lontano da qui realizzi che, a stare così stretti si riesce a sentire solo più calore.

E poi ci sono i rami, posti che ti rimangono dentro diventando, alla fine dei conti, un prolungamento della tua anima. Padova è il mio primo ramo. Tutto lì è diverso. Ci sono piazze larghe, ci sono strade piatte, non c’è il mare, e neanche le montagne. Ci sono più lacrime amare, c’è la nostalgia di casa, del tuo nido caldo. Ci sono i treni, i flixbus in ritardo, corse contro il tempo per non perdere i cambi. Ci sono valigie sempre pronte e mai disfatte. C’è la bicicletta, compagna di avventure. C’è il bar, l’unico di fiducia. Non ci sono ristoranti preferiti. Ci sono le biblioteche dove passi tanto di quel tempo che perdi intere giornate circondata da luci artificiali. Ci sono le feste in casa e le corse all’università. Ci sono i nuovi amici, che quasi ti sembra di conoscere da sempre, che diventano la tua nuova e sgangherata famiglia. Con cui ti scambi le medicine, e passano a comprarti il minestrone se stai male. Ci sono i progetti di una ragazza diventata ormai donna, e c’è la speranza che i tuoi sforzi vengano riconosciuti. C’è la voglia di lottare, ci sono le vecchie canzoni e ci sono nuovi libri, nuove foto. E le senti crescere dentro all’anima quelle foglie attaccate ben salde al tuo rametto. Foglie che nonostante tutto hanno superato la solitudine dell’inverno e una primavera troppo fredda. Sempre più verdi. Ancora attaccate. E durante una banale domenica mattina di novembre, ti accorgi che la tovaglia che hai scelto per il tavolo della tua cucina, il rumore della moka che ti avvisa che il caffè è salito, e quelle due lampadine bruciate da tempo nel bagno, sanno di casa tua. 

44°25’35″N 8°54’54″E

Mi è sempre piaciuto raccontare storie, mi dà una bella sensazione riempire intere pagine bianche con l’inchiostro. Tutto inizia sempre per gioco, poi un giorno diventa routine e poi necessità. Ovunque vada sommergo gli spazi di post-it, quaderni e note sul telefono che raccontano frammenti di vita e di emozioni. Non credo ci sia un momento giusto per farlo: arriva diretta nella tua testa, quella parola che darà il tocco perfetto a quello che stavi provando. Che, con insistente necessità, la senti spingere finché non le darai la libertà che cerca, di cui ha bisogno. E forse non solo lei. E così riga dopo riga, ti accorgi di aver raccontato un’altra storia, l’ennesima interpretazione del tuo mondo. E quindi eccomi qui, in uno scarso tentativo di mettere insieme parole nella loro semplicità e nel modo più intimo che conosco.

44°25’35″N 8°54’54″E – Voglio partire da queste coordinate. Quelle di Genova. Ecco forse questo è il luogo che più ha stimolato la mia creatività. Che pur non essendo una persona, fa parte del mio essere, delle mie radici. Una città che saprà sempre di casa, che mi ha visto cadere e poi rinascere. Dove c’è il mio tanto amato mare che, mi ha cullato tra le sue onde per 25 anni. Ovunque andrò mi porterò sempre l’odore del sale.
L’ho scoperto andando via di casa, il legame che avevo con questa meravigliosa e stretta città. Mai avrei pensato che più di tutto mi sarebbero mancate delle strade, dei luoghi, degli odori. E spesso la gente commenta la mia nostalgia dicendomi “mica sei nata a Roma o a Firenze”, ma che ne sanno quelli di cosa si prova a sentire l’odore del sale, il profumo del pesce fritto, il rumore delle onde, lo starnazzare dei gabbiani. Che ne sanno quelli, dell’infinito, del cielo che si unisce al mare, dei tramonti sull’acqua, e della luna riflessa. Ma che ne sanno quelli, di cosa si prova quando torni e ti basta guardare l’orizzonte per sentirti in pace. Ma che ne sanno gli altri che sono nati senza il salino tra i capelli e il mare negli occhi. E tutto questo l’ho apprezzato solo quando mi è stato tolto. Sono al mio secondo anno fuori sede e soprattutto all’inizio è stato difficile accettare la distanza e togliere l’ancora una volta per tutte. Temevo che Lei non avesse più niente per me, nulla da offrirmi, ma tanto da togliermi. Quest’estate dopo il secondo mese a casa, mi ricordo che un giorno, mentre facevo colazione su uno scoglio, e mi godevo i raggi di sole ancora tiepidi del mattino, mi venne voglia di scrivere per Lei. Come se potessi leggergliele davvero quelle parole, come se potessi farla innamorare di me. Ed è così che voglio concludere questo monologo su Genova, con le parole più intime che ho sviscerato pensandomi di nuovo lontana.

E ti lascio tutto,
anche quello che non ho
perché in cambio tu
mi hai dato il silenzio, e poi rumore
mi hai dato la pace e poi me l’hai tolta.
Ti lascio la mia anima vuota
da riempire con le tue onde,
ti lascio i miei occhi da riempire con l’infinito.
A te che mi hai donato il tuo colore,
ti lascio la mia essenza fatta di sale e scirocco.