Sto traslocando e ho la gola secca. Sapevo che Padova sarebbe stata una tappa a tempo determinato, sapevo che sarebbe finita più prima che poi. Ed ero contenta: l’ho odiata così tanto. Una città che avrebbe dovuto ospitarmi solo il tempo di studiare, che più di tanto non avrebbe fatto parte della mia quotidianità. Me lo avevi promesso, mi avevi detto che sarebbe stata solo di passaggio. E invece, senza che fossi pronta, senza che lo volessi davvero, Padova ha creato un’altra me, un’altra vita, un altro percorso, altre radici. Sono stati creati legami di una profondità viscerante, ho scoperto qualcosa di me che non avrei mai scoperto a Genova. Ho capito che il sole fa sempre luce anche quando, pigro, si nasconde dietro le nuvole. Ho imparato che crollare in frantumi non ti dà altro che la possibilità di costruire in modo più attento e forte. Ho capito che ho ancora tanti limiti da superare e che altri li devo rispettare. Ho imparato che non devo per forza reggere, e che a volte posso concedermi il lusso di essere retta. Ho imparato a ricominciare da me anche quando non avevo idea da dove ripartire. Ho toccato una fragilità che non pensavo di avere, e l’ho scheggiata e incollata così tante volte che non credo neanche stiano più insieme quei pezzi. E ora che sto smontando le mie cose, i miei quadri, le mie foto, i miei post it. Ora che sto svuotando la mia stanza, mi chiedo se rimarrà qualcosa di me in questa città, la stessa sensazione di addio, di separazione e vuoto che io provo nel vedere lontana questa città, lasciata alle mie spalle. Mi chiedo se sarà lo stesso svegliarmi senza le lampadine del bagno bruciate, la vista che ricorda Pripyat dell’84, le scale, la cucina sgangherata, la lavagna con più disegni che appunti utili. Il materasso duro, le coperte calde, gli spifferi odiosi, lo specchio inutile in camera mia, il terrazzo. La gola è secca e il cuore è pesante. Perché Padova, questa casa, e le persone incontrate, più di tutto, mi hanno fatta rialzare, ancora una volta, togliendomi da quell’angolo dove non riuscivo più ad incassare colpi, non riuscivo più a difendermi, dove ancora un altro pugno e forse sarei andata ko. Mi sento pesante, esattamente come quando sono arrivata. Ma in modo diverso, consapevole che davanti a me ci sono così tanti cambiamenti che devo imparare ad utilizzare gli strumenti acquisiti in questo tempo che mi è stato concesso.
Si dice che l’inverno, ghiacciando i rami, dà spazio alle nuove primule che sbocceranno in primavera. E le foto dei professionisti immortalano questo processo in un modo quasi romantico, bellissimo; ma nessuno si chiede che fine abbiano fatto le primule vecchie, quelle che sono riuscite a resistere a tutte le intemperie dell’anno passato, attaccate con forza al loro rametto. E lo so che il mio inverno sta finendo e presto ci saranno altre primule sul mio ramo, ma io quel fiore me lo voglio tenere stretto. Quel germoglio di un colore timido, ma che anche alla fine dei suoi giorni fa più luce degli altri, io quel fiore non lo scorderò mai.
Mi hai tolto tanto, mi hai dato tutto e per questo te ne sarò eternamente riconoscente.