L’uomo non ha radici, ha piedi.

Questa è una delle espressioni che più condivido ma che allo stesso tempo percepisco come contraddittoria con il mio essere. Mi trovavo a Schio, in provincia di Vicenza con una mia carissima amica, Sara. Avevamo deciso di andare a fare del trekking su per quelle montagne da lei tanto amate. Stavamo chiacchierando del futuro, delle aspettative, di tutto, come facciamo spesso. Si parlava della voglia di fare, di trovare il proprio posto, la propria dimensione. Ma si sa già, Genova è e sarà sempre il mio posto. Così cercavo disperatamente di capire come conciliare Genova con il mondo. Lei mi guardò sorridendo in modo fraterno, con quel suo sorriso infinito di cui sono tanto dipendente e mi disse “Giulia l’uomo non ha radici, non è fatto per stare fermo. Ha piedi e con quelli va ovunque anche se non sa ancora dove o come. Siamo nati per andare e poi tornare, ma sempre in movimento”. Nulla di più vero mi dissi. E ho realizzato che passo tanto di quel tempo a pensare di dover a tutti i costi trovare il mio angolo sicuro in quella città così stretta, che spesso mi dimentico che io ho i piedi. E sono frenetici, vogliosi di arrivare, di calpestare suoli mai toccati prima. E di tornare, di rimettersi sui propri passi, riposizionare le proprie scarpe in quelle orme già segnate all’andata. Ed è con questa consapevolezza che dopo un weekend a Londra davvero frenetico, mi sono resa conto che i miei piedi mi porteranno lontano, mi porteranno a conoscere nuovi posti, a vivere nuove vite a rincontrare amici sparsi in giro in ogni dove. Perché è questo che è successo. Scegliere una città e trovarsi di nuovo, riunite anche solo per 24h intense, come se il tempo non fosse mai andato avanti, per poi raggiungere Milano e vedere una vecchia amica in metro fino alla fermata del pullman. Due chiacchiere, due abbracci sentiti e la promessa di rivedersi ancora. E solo adesso mi rendo davvero conto di quanto sia grata di avere piedi leggeri che continuano a portarmi lontana, da persone care, da compagni di vita. Di permettermi di cogliere nuove opportunità, di apprezzare quello che ho già, e quello che potrei avere, di arrivare dove altri hanno paura, dove io stessa ce l’ho. E sono grata a loro perché so, che nonostante tutto, mi riporteranno alle mie radici. Sempre.

La felicità non la puoi rincorrere

Che cos’è la felicità, ve lo siete mai chiesti? Dove si cerca, cosa si prova, quanto dura. Sono attimi o periodi? Ci sono dei momenti nella mia vita che mi fanno provare qualcosa di caldo, di frastornante che mi invade fino ad avvolgermi tutta. Forse è questo che si prova. Forse sono i ricordi a rendermi felice; a volte camminando per strada, mi capita di iniziare a ridere come una matta ricordando degli aneddoti di un tempo ormai passato, finito, ma estremamente nitido nella mia mente. Forse le foto mi fanno felice; quelle appese a Padova, quelle appese a Genova. Piccoli frammenti colorati che mi ricordano la felicità immortalata per sempre su un pezzo di carta lucida. Forse mi fanno felice anche le lucine di natale che avvolgono gli alberi di Prato della Valle. Quella sensazione di calore in contrasto con il freddo di dicembre. Mi fa felice guardare il mare mentre il vento mi scompiglia giocoso i capelli. E mi fa felice l’odore del caffè quando al mattino mamma, nonostante la macchinetta, continua a prepararlo con la moka. Forse mi rendi felice quando giochi con i miei capelli senza prestare attenzione ai tuoi gesti continui e circolari. Sono felice quando c’è la neve e quando il 26 dicembre tutta la mia famiglia si riunisce per stare insieme. Provo felicità quando mi sento particolarmente sola contro tutto, quando invece mi rendo conto che avrò sempre le mie due persone speciali a prendersi cura di me. Sono felice il giorno del mio compleanno, dove ogni anno, i miei amici cercano di renderlo più magico. Sono felice quando sono in aereo, tra le nuvole, dove vorrei essere sempre. Sono felice con qualche bicchiere di vino di troppo, e le guance arrossiscono, gli occhi si inumidiscono e il petto mi si gonfia di felicità incondizionata e immotivata. Sono felice ogni volta che torno a casa. Sono felice a pasquetta, e quando mangio il pandoro. Sono felice quando apro un regalo anche se non so cosa c’è dentro. Sono felice quando si mantengono le tradizioni. Mi sento felice quando mi addormento con la pioggia, e mi fanno felice i post it incisi con frammenti di poesie. Come stai? Normale. Mi trovo spesso a rispondere, perché la felicità dura davvero poco, il tempo di un rintocco e la magia è già svanita. La felicità non la rincorri, lei arriva quando vuole e si manifesta nelle piccole cose della tua quotidianità. La felicità non si rincorre, ma la puoi riconoscere e puoi farti invadere dal suo calore e godertela per il tempo che ti è concesso.

Che sapore ha il terere?

Mi piace pensare che esistano due tipi di esperienze: quelle che ti cambiano la vita e altre ti confermano che sei al binario giusto. Il mio viaggio in Sud America rientra nella seconda categoria. In Paraguay i bambini di ogni età lavorano in strada. Una strada che si divide tra un’evidente ricchezza e un’estrema povertà dove corruzione e criminalità sono all’ordine del giorno. Ma ho anche scoperto che le persone sono meravigliose, un po’ come le nostre famiglie del sud, molto accoglienti e disponibili. Ho finalmente avuto la possibilità di incontrare i nativi del posto, i Guaranì, vedere come vivono, ascoltare la lingua antica che parlano. Esistono più di dieci differenti comunità. Alcune vivono a 25 km di distanza dal centro più vicino e, nei periodi di siccità, li percorrono tutti sotto il sole bollente per procurarsi dell’acqua potabile. La sorpresa più grande, però, è stata cogliere la fierezza con la quale i Guaranì mostrano le piccole capanne fatiscenti nelle quali vivono. Da sempre sono affascinata dai nativi americani, poiché rappresentano l’ultima connessione rimasta con le nostre origini. Quelle più profonde, legate alla terra e al rispetto di ciò che ci dona. Al rispetto degli animali che pascolano liberi in ettari di campi, senza quelle gabbie così strette a cui siamo abituati.

Durante questo viaggio, ho visitato associazioni che si occupano di promuovere alcuni dei diritti umani inalienabili. Diritti che la maggior parte della popolazione nemmeno conosce. Ho incontrato donne che, con 14 figli, lavorano nei campi dalle 5 del mattino alle 20 di sera, occupandosi di tutto, compresa la vendita dei propri prodotti in fiera. Ho rispolverato il mio spagnolo, che ora è un po’ più sudamericano. Ho bevuto terere, una bevanda tipica del posto, come da tradizione. Ho avuto modo di apprezzare la mia cara Europa quando ho attraversato tre frontiere innumerevoli volte, con tutti i controlli che ne conseguono, per il cambio di moneta e di internet. Nonostante me lo abbiano sconsigliato, ho assaggiato lo Street food e intrugli dissetanti. Ho esultato e cantato con i tifosi dell’Olimpia quando hanno vinto la partita. Ho giocato con 55 bambini e ragazzi che mi hanno fatto sentire parte di una famiglia grandissima e, nonostante le poche ore passate insieme, ci siamo salutati con le lacrime agli occhi. Ho apprezzato la natura come non ho mai avuto occasione di fare e, per la prima volta nella vita, vista la scarsa puntualità dei paraguaiani, non sono mai arrivata in ritardo a nessun appuntamento. Ho condiviso ogni singolo istante con la compagna di viaggi, amica, collega migliore che potesse capitarmi, la stessa con la quale attraverserei il mondo intero senza annoiarmi, infastidirmi o incasinare l’organizzazione stabilita. Che non è poco, anzi, forse è tutto ciò che si necessita.

Viaggiare rende liberi, ma soprattutto ci avvicina all’idea che facciamo parte di una cosa molto più grande e molto più bella di noi, dei nostri stati e dei nostri confini: il mondo.

Senza il sole non puoi esistere.

Hai mai provato quella sensazione di avere un macigno sul petto? Di sentirti soffocare anche se non c’è niente ad ostruirti le vie respiratorie. Di non provare più nulla se non dolore. Un dolore  che non riesci a localizzare nel tuo corpo. Che senti crescere dentro insistente, profondo, agguerrito. Ti senti dilaniato, ma non ci sono ferite. Hai la continua sensazione che da un momento all’altro tu possa smettere di respirare. Di camminare, di vedere. Pensi di non riuscire più a filtrare la luce, di non sentire più gli odori. Le tue gambe sono così pesanti, che ti sembra di avere delle catene legate intorno alle tue caviglie. E ti scendono solo le lacrime, finché avrai finito anche quelle, ed è in quel preciso istante che, senti la tua anima frantumarsi in mille pezzi. E tu ci provi disperatamente, con la poca forza rimasta, a raccogliere quei pezzi e riattacarli su di te, invano. E così, non hai altra scelta che accogliere tutto quel dolore, quel vuoto, quella mancanza di ossigeno, e sperare che finisca presto. Hai bisogno di sentire qualcosa, di sentirti riscaldato anche solo per un momento. Perché tu, tutto quel freddo, non riesci più a gestirlo. E i secondi ti sembrano giorni, le ore settimane, e i mesi anni. Non ti capaciti di come tu, che sei sempre stata luce, ora sei buio. Sei fredda. Sei vuota. “Finirà, devi solo aspettare” ti ripeti davanti allo specchio, ma fatichi a riconoscere anche la tua immagine riflessa. E vorresti urlare, ma i polmoni bruciano, e la tua voce è incastrata nella profondità della gola. Ed è vero, non c’è una via d’uscita, una scorciatoia per arrivare a quel fatidico momento in cui un tiepido raggio si fa spazio in quel cielo così nero. Devi aspettare. Fin quando riuscirirai a percepire di nuovo il vento che ti accarezza i capelli, la pioggia bagnare il viso, e il sole riscaldare la tua pelle ormai bianca e secca. Non so se il tempo che ci vuole è uguale per tutti, probabilmente no. Io ci misi un anno e tre mesi, e poi d’un tratto, in un giorno come un altro, tornò la luce.

Io che mi spengo. Io che ero luce, ora sono ombra. E ti diedi tutto, ti diedi il mio sole e tu, tu me lo portai via, lasciandomi solo sabbia, lasciandomi solo il vuoto.