Ci vuole tempo per naufragare.

Che cosa c’è dopo?
Dopo quando?
Forse domani, o tra cinque anni, magari tra un mese.
Non lo so quando, non conosco il dopo.

È strano non avere progetti o rendersi conto che non sei tu il padrone del tuo imminente futuro. Non sei tu, perché non dipende da te. Per due mesi, ogni giorno mi svegliavo alla stessa ora, per fare le stesse cose e nello stesso modo. Per due mesi mi sono fermata, ibernata e atrofizzata. Era un desiderio in realtà, quello di fermarsi, ne sentivo l’esigenza da un po’ di tempo ormai. Penso dovesse essere più graduale, il tempo dico. Per apprezzare di più le ore che potevi dedicare alla stabilità delle cose, delle persone, della terra. Ma forse è stato giusto così, in fin dei conti le opportunità non bussano mai alla porta, passano dalla finestra e arrivano sempre in forme inaspettate.
Ingenuamente pensavo che mi bastasse più tempo per capire, ma non è mai così. Quando ti trovi dentro alla situazione in cui vorresti essere, si ribalta tutto, ancora più confuso di quanto non lo sia mai stato. Perché la verità è che non siamo mai pronti ai cambiamenti radicali, non siamo mai pronti a rimetterci in gioco un’altra volta. E così ti trovi ad attraversare l’oceano senza sapere quale possa essere davvero la tua meta.
Volevi solo navigare, scoprire nuove terre, scappare, ritrovarti o tornare?
Cos’è che vuoi davvero? Non lo so.

Non sai molto di quello di cui hai bisogno, che può renderti davvero felice, che ti dia equilibrio. E non puoi fare altro che navigare, seguire il vento, a volte contrastarlo e spesso essere dirottato verso un ignoto ancora più sconosciuto. Non so quanto tempo ci voglia per riuscire a capire la direzione giusta da prendere, ma so che adesso ci vuole un tempo immisurabile per ritrovare equilibrio, per perdere di vista quelli che definivi gli obiettivi principali, per volere quello che non vuoi, per lasciar perdere quello che volevi. Ti lascerai trasportare dalla corrente fino a smarrirti totalmente, e solo quando il tuo equilibrio sarà abbastanza forte da non naufragare, avrai capito dove puntare la tua bussola.

Fermati e osserva.

Viaggiare da soli non è così male. Impari tanto da te stesso. Impari soprattutto che ti piace fare un sacco di cose che non facevi da tempo. Non fa paura viaggiare da soli, sì certo alla lunga stanca. Credo che l’uomo sia sempre in cerca di un confronto e del suo branco, anche se passeggero, ma che in fin dei conti ti fa sentire parte di un qualcosa. Ma quando sei sola, il viaggio diventa più grande. Impari a goderti ogni minuto che hai a disposizione, a visitare quelle cattedrali gotiche che ti hanno sempre affascinato, ma che per la maggior parte sono noiose. Impari a perderti nelle città, e a scoprire zone che con un planning ben definito, non troveresti mai. Impari a goderti un caffè al bar, a scambiare due parole con le persone del posto. Impari a portarti un libro dietro e a goderti il silenzio nella calma di un luogo nuovo. Ma soprattutto impari ad osservare. E ti accorgi che i ciliegi hanno iniziato a fiorire nonostante faccia ancora freddo, che alcuni nomi delle strade sono davvero buffi, e che dove non c’è gente di solito ci sono viste mozzafiato. E poi d’un tratto ti accorgi che hai camminato per 20 km, e che poi non si sta così male con se stessi. E che ogni tanto fa bene farlo, dico mollare tutto e fare quello che ti piace, senza doverlo giustificare a nessuno, senza accordi, senza compromessi. Viaggiare da soli non fa paura, siamo noi che ci facciamo tremendamente paura. Paura di non conoscerci abbastanza, paura dei nostri pensieri, dei nostri desideri. Quando invece, se una cosa la sto imparando, è che fermarsi e ascoltarsi, è la forma di indipendenza più grande che ci sia. Non si può correre sempre verso nuove mete, bisogna avere il coraggio di fermarsi e godersi il proprio tempo. Ecco cosa significa viaggiare da soli.

Senza il sole non puoi esistere.

Hai mai provato quella sensazione di avere un macigno sul petto? Di sentirti soffocare anche se non c’è niente ad ostruirti le vie respiratorie. Di non provare più nulla se non dolore. Un dolore  che non riesci a localizzare nel tuo corpo. Che senti crescere dentro insistente, profondo, agguerrito. Ti senti dilaniato, ma non ci sono ferite. Hai la continua sensazione che da un momento all’altro tu possa smettere di respirare. Di camminare, di vedere. Pensi di non riuscire più a filtrare la luce, di non sentire più gli odori. Le tue gambe sono così pesanti, che ti sembra di avere delle catene legate intorno alle tue caviglie. E ti scendono solo le lacrime, finché avrai finito anche quelle, ed è in quel preciso istante che, senti la tua anima frantumarsi in mille pezzi. E tu ci provi disperatamente, con la poca forza rimasta, a raccogliere quei pezzi e riattacarli su di te, invano. E così, non hai altra scelta che accogliere tutto quel dolore, quel vuoto, quella mancanza di ossigeno, e sperare che finisca presto. Hai bisogno di sentire qualcosa, di sentirti riscaldato anche solo per un momento. Perché tu, tutto quel freddo, non riesci più a gestirlo. E i secondi ti sembrano giorni, le ore settimane, e i mesi anni. Non ti capaciti di come tu, che sei sempre stata luce, ora sei buio. Sei fredda. Sei vuota. “Finirà, devi solo aspettare” ti ripeti davanti allo specchio, ma fatichi a riconoscere anche la tua immagine riflessa. E vorresti urlare, ma i polmoni bruciano, e la tua voce è incastrata nella profondità della gola. Ed è vero, non c’è una via d’uscita, una scorciatoia per arrivare a quel fatidico momento in cui un tiepido raggio si fa spazio in quel cielo così nero. Devi aspettare. Fin quando riuscirirai a percepire di nuovo il vento che ti accarezza i capelli, la pioggia bagnare il viso, e il sole riscaldare la tua pelle ormai bianca e secca. Non so se il tempo che ci vuole è uguale per tutti, probabilmente no. Io ci misi un anno e tre mesi, e poi d’un tratto, in un giorno come un altro, tornò la luce.

Io che mi spengo. Io che ero luce, ora sono ombra. E ti diedi tutto, ti diedi il mio sole e tu, tu me lo portai via, lasciandomi solo sabbia, lasciandomi solo il vuoto.