Tutto scorre inevitabilmente senza di te

Dicono che chi parte è quello che soffre meno. Destinato a cambiar vita, reinventandosi e rimettendosi in gioco, e che non abbia tempo di voltarsi indietro. Io penso che questa sia la migliore tra le ipotesi.

Chi parte ha quasi sempre paura. C’è anche la frenesia certo, di scoprire cos’ha in serbo per lui quel nuovo luogo. Ma spesso ha paura, una paura che  scorre sempre più densa e nera nelle tue vene, arrivando prima al cervello e poi al cuore, rendendolo pesante, soffocante e duro. Quando decidi di salire su quel treno lasciandoti dietro la certezza di quello che hai, non lo fai a cuor leggero. Ci sono volte in cui sono partita con la consapevolezza che avevo trovato la mia via di fuga, e ce ne sono state altre in cui dentro a quelle valigie c’erano macigni, non vestiti. E sai benissimo che una volta oltrepassata quella linea gialla di quel binario, ancora una volta, tutto andrà avanti senza di te. E tu non ci sarai ad assistere a quei cambiamenti. Minuscoli e impercettibili ma che raccontano storie, di cui tu inevitabilmente non ne farai parte. Di cosa hai paura? Qui è sempre tutto uguale. Ma la verità è che ho una paura smisurata di perdermi momenti banali ma felici, una festa di compleanno, una serata senza senso ma con più cose da raccontare che mai. La tua amica che inaugura casa, una rimpatriata tra vecchie glorie, un evento nel posto che ti piace tanto. E non c’eri neanche quando la tua amica è stata lasciata, o quando un’altra ha incontrato una nuova fiamma. Non ci sei neanche per quella mostra che tanto avresti voluto vedere. E tutto scorre inevitabilmente intorno a te, sopra di te, senza toccarti mai.

E poi più di tutto ho paura di dimenticarmi il colore dei tuoi occhi, del tuo sorriso, del tuo sguardo. Ho paura di dimenticarmi dei tuoi baci al gusto alcol e sigaretta che tanto mi fanno impazzire. Ho paura di non riuscire a ricordarmi che effetto mi fanno le tue braccia intorno al mio corpo. Ho paura della tua assenza, che è così stridula da farmi perdere il sonno.
Ho paura che al mio ritorno tu possa guardarmi strana come se non fossi io, come se ti dovessi riabituare a me, come se, in fin dei conti, sei andata via tu e gli altri si sono dovuti adattare, giostrandosi tra una routine dove tu non ne fai parte.
E forse sei  più confusa di tutti. Vivi in un’altra città che per sentirla tua ci hai impiegato tanto, ma in che fin dei conti non sarà mai come casa. Ma poi, al rientro nel tuo nido, ti accorgi che tutto è diverso. Persino casa tua. Quando ti siedi al tuo posto ma è stato apparecchiato per un altro, dove le tue cose in camera sono state spostate per mettere nuova roba non tua. E ti serve tempo per acquisire di nuovo il diritto di far parte della tua città, delle persone, di casa. Tutto quel tempo investito a ristabilire un ordine di cui sei dipendente. E quando finalmente è tutto al suo posto, tu sei costretto a partire di nuovo. Lasciando ancora una volta la felicità più intima dietro le tue spalle, ormai stanche di voltarsi di nuovo.

La mia ombra, la mia luce.

Sto traslocando e ho la gola secca. Sapevo che Padova sarebbe stata una tappa a tempo determinato, sapevo che sarebbe finita più prima che poi. Ed ero contenta: l’ho odiata così tanto. Una città che avrebbe dovuto ospitarmi solo il tempo di studiare, che più di tanto non avrebbe fatto parte della mia quotidianità. Me lo avevi promesso, mi avevi detto che sarebbe stata solo di passaggio. E invece, senza che fossi pronta, senza che lo volessi davvero, Padova ha creato un’altra me, un’altra vita, un altro percorso, altre radici. Sono stati creati legami di una profondità viscerante, ho scoperto qualcosa di me che non avrei mai scoperto a Genova. Ho capito che il sole fa sempre luce anche quando, pigro, si nasconde dietro le nuvole. Ho imparato che crollare in frantumi non ti dà altro che la possibilità di costruire in modo più attento e forte. Ho capito che ho ancora tanti limiti da superare e che altri li devo rispettare. Ho imparato che non devo per forza reggere, e che a volte posso concedermi il lusso di essere retta. Ho imparato a ricominciare da me anche quando non avevo idea da dove ripartire. Ho toccato una fragilità che non pensavo di avere, e l’ho scheggiata e incollata così tante volte che non credo neanche stiano più insieme quei pezzi. E ora che sto smontando le mie cose, i miei quadri, le mie foto, i miei post it. Ora che sto svuotando la mia stanza, mi chiedo se rimarrà qualcosa di me in questa città, la stessa sensazione di addio, di separazione e vuoto che io provo nel vedere lontana questa città, lasciata alle mie spalle. Mi chiedo se sarà lo stesso svegliarmi senza le lampadine del bagno bruciate, la vista che ricorda Pripyat dell’84, le scale, la cucina sgangherata, la lavagna con più disegni che appunti utili. Il materasso duro, le coperte calde, gli spifferi odiosi, lo specchio inutile in camera mia, il terrazzo. La gola è secca e il cuore è pesante. Perché Padova, questa casa, e le persone incontrate, più di tutto, mi hanno fatta rialzare, ancora una volta, togliendomi da quell’angolo dove non riuscivo più ad incassare colpi, non riuscivo più a difendermi, dove ancora un altro pugno e forse sarei andata ko. Mi sento pesante, esattamente come quando sono arrivata. Ma in modo diverso, consapevole che davanti a me ci sono così tanti cambiamenti che devo imparare ad utilizzare gli strumenti acquisiti in questo tempo che mi è stato concesso.

Si dice che l’inverno, ghiacciando i rami, dà spazio alle nuove primule che sbocceranno in primavera. E le foto dei professionisti immortalano questo processo in un modo quasi romantico, bellissimo; ma nessuno si chiede che fine abbiano fatto le primule vecchie, quelle che sono riuscite a resistere a tutte le intemperie dell’anno passato, attaccate con forza al loro rametto. E lo so che il mio inverno sta finendo e presto ci saranno altre primule sul mio ramo, ma io quel fiore me lo voglio tenere stretto. Quel germoglio di un colore timido, ma che anche alla fine dei suoi giorni fa più luce degli altri, io quel fiore non lo scorderò mai.

Mi hai tolto tanto, mi hai dato tutto e per questo te ne sarò eternamente riconoscente.

L’uomo non ha radici, ha piedi.

Questa è una delle espressioni che più condivido ma che allo stesso tempo percepisco come contraddittoria con il mio essere. Mi trovavo a Schio, in provincia di Vicenza con una mia carissima amica, Sara. Avevamo deciso di andare a fare del trekking su per quelle montagne da lei tanto amate. Stavamo chiacchierando del futuro, delle aspettative, di tutto, come facciamo spesso. Si parlava della voglia di fare, di trovare il proprio posto, la propria dimensione. Ma si sa già, Genova è e sarà sempre il mio posto. Così cercavo disperatamente di capire come conciliare Genova con il mondo. Lei mi guardò sorridendo in modo fraterno, con quel suo sorriso infinito di cui sono tanto dipendente e mi disse “Giulia l’uomo non ha radici, non è fatto per stare fermo. Ha piedi e con quelli va ovunque anche se non sa ancora dove o come. Siamo nati per andare e poi tornare, ma sempre in movimento”. Nulla di più vero mi dissi. E ho realizzato che passo tanto di quel tempo a pensare di dover a tutti i costi trovare il mio angolo sicuro in quella città così stretta, che spesso mi dimentico che io ho i piedi. E sono frenetici, vogliosi di arrivare, di calpestare suoli mai toccati prima. E di tornare, di rimettersi sui propri passi, riposizionare le proprie scarpe in quelle orme già segnate all’andata. Ed è con questa consapevolezza che dopo un weekend a Londra davvero frenetico, mi sono resa conto che i miei piedi mi porteranno lontano, mi porteranno a conoscere nuovi posti, a vivere nuove vite a rincontrare amici sparsi in giro in ogni dove. Perché è questo che è successo. Scegliere una città e trovarsi di nuovo, riunite anche solo per 24h intense, come se il tempo non fosse mai andato avanti, per poi raggiungere Milano e vedere una vecchia amica in metro fino alla fermata del pullman. Due chiacchiere, due abbracci sentiti e la promessa di rivedersi ancora. E solo adesso mi rendo davvero conto di quanto sia grata di avere piedi leggeri che continuano a portarmi lontana, da persone care, da compagni di vita. Di permettermi di cogliere nuove opportunità, di apprezzare quello che ho già, e quello che potrei avere, di arrivare dove altri hanno paura, dove io stessa ce l’ho. E sono grata a loro perché so, che nonostante tutto, mi riporteranno alle mie radici. Sempre.

La felicità non la puoi rincorrere

Che cos’è la felicità, ve lo siete mai chiesti? Dove si cerca, cosa si prova, quanto dura. Sono attimi o periodi? Ci sono dei momenti nella mia vita che mi fanno provare qualcosa di caldo, di frastornante che mi invade fino ad avvolgermi tutta. Forse è questo che si prova. Forse sono i ricordi a rendermi felice; a volte camminando per strada, mi capita di iniziare a ridere come una matta ricordando degli aneddoti di un tempo ormai passato, finito, ma estremamente nitido nella mia mente. Forse le foto mi fanno felice; quelle appese a Padova, quelle appese a Genova. Piccoli frammenti colorati che mi ricordano la felicità immortalata per sempre su un pezzo di carta lucida. Forse mi fanno felice anche le lucine di natale che avvolgono gli alberi di Prato della Valle. Quella sensazione di calore in contrasto con il freddo di dicembre. Mi fa felice guardare il mare mentre il vento mi scompiglia giocoso i capelli. E mi fa felice l’odore del caffè quando al mattino mamma, nonostante la macchinetta, continua a prepararlo con la moka. Forse mi rendi felice quando giochi con i miei capelli senza prestare attenzione ai tuoi gesti continui e circolari. Sono felice quando c’è la neve e quando il 26 dicembre tutta la mia famiglia si riunisce per stare insieme. Provo felicità quando mi sento particolarmente sola contro tutto, quando invece mi rendo conto che avrò sempre le mie due persone speciali a prendersi cura di me. Sono felice il giorno del mio compleanno, dove ogni anno, i miei amici cercano di renderlo più magico. Sono felice quando sono in aereo, tra le nuvole, dove vorrei essere sempre. Sono felice con qualche bicchiere di vino di troppo, e le guance arrossiscono, gli occhi si inumidiscono e il petto mi si gonfia di felicità incondizionata e immotivata. Sono felice ogni volta che torno a casa. Sono felice a pasquetta, e quando mangio il pandoro. Sono felice quando apro un regalo anche se non so cosa c’è dentro. Sono felice quando si mantengono le tradizioni. Mi sento felice quando mi addormento con la pioggia, e mi fanno felice i post it incisi con frammenti di poesie. Come stai? Normale. Mi trovo spesso a rispondere, perché la felicità dura davvero poco, il tempo di un rintocco e la magia è già svanita. La felicità non la rincorri, lei arriva quando vuole e si manifesta nelle piccole cose della tua quotidianità. La felicità non si rincorre, ma la puoi riconoscere e puoi farti invadere dal suo calore e godertela per il tempo che ti è concesso.

Che sapore ha il terere?

Mi piace pensare che esistano due tipi di esperienze: quelle che ti cambiano la vita e altre ti confermano che sei al binario giusto. Il mio viaggio in Sud America rientra nella seconda categoria. In Paraguay i bambini di ogni età lavorano in strada. Una strada che si divide tra un’evidente ricchezza e un’estrema povertà dove corruzione e criminalità sono all’ordine del giorno. Ma ho anche scoperto che le persone sono meravigliose, un po’ come le nostre famiglie del sud, molto accoglienti e disponibili. Ho finalmente avuto la possibilità di incontrare i nativi del posto, i Guaranì, vedere come vivono, ascoltare la lingua antica che parlano. Esistono più di dieci differenti comunità. Alcune vivono a 25 km di distanza dal centro più vicino e, nei periodi di siccità, li percorrono tutti sotto il sole bollente per procurarsi dell’acqua potabile. La sorpresa più grande, però, è stata cogliere la fierezza con la quale i Guaranì mostrano le piccole capanne fatiscenti nelle quali vivono. Da sempre sono affascinata dai nativi americani, poiché rappresentano l’ultima connessione rimasta con le nostre origini. Quelle più profonde, legate alla terra e al rispetto di ciò che ci dona. Al rispetto degli animali che pascolano liberi in ettari di campi, senza quelle gabbie così strette a cui siamo abituati.

Durante questo viaggio, ho visitato associazioni che si occupano di promuovere alcuni dei diritti umani inalienabili. Diritti che la maggior parte della popolazione nemmeno conosce. Ho incontrato donne che, con 14 figli, lavorano nei campi dalle 5 del mattino alle 20 di sera, occupandosi di tutto, compresa la vendita dei propri prodotti in fiera. Ho rispolverato il mio spagnolo, che ora è un po’ più sudamericano. Ho bevuto terere, una bevanda tipica del posto, come da tradizione. Ho avuto modo di apprezzare la mia cara Europa quando ho attraversato tre frontiere innumerevoli volte, con tutti i controlli che ne conseguono, per il cambio di moneta e di internet. Nonostante me lo abbiano sconsigliato, ho assaggiato lo Street food e intrugli dissetanti. Ho esultato e cantato con i tifosi dell’Olimpia quando hanno vinto la partita. Ho giocato con 55 bambini e ragazzi che mi hanno fatto sentire parte di una famiglia grandissima e, nonostante le poche ore passate insieme, ci siamo salutati con le lacrime agli occhi. Ho apprezzato la natura come non ho mai avuto occasione di fare e, per la prima volta nella vita, vista la scarsa puntualità dei paraguaiani, non sono mai arrivata in ritardo a nessun appuntamento. Ho condiviso ogni singolo istante con la compagna di viaggi, amica, collega migliore che potesse capitarmi, la stessa con la quale attraverserei il mondo intero senza annoiarmi, infastidirmi o incasinare l’organizzazione stabilita. Che non è poco, anzi, forse è tutto ciò che si necessita.

Viaggiare rende liberi, ma soprattutto ci avvicina all’idea che facciamo parte di una cosa molto più grande e molto più bella di noi, dei nostri stati e dei nostri confini: il mondo.

Dopo un anno imparo ancora

E’ passato un anno da quando ho concluso una delle esperienze, che tra tutte, ha confermato che la strada presa, fosse quella giusta. Non mi soffermerò sul programma a cui ho aderito, ma su tutto quello che ha significato per me. Per un anno, ma anche dopo.
Durante i mesi in cui sono stata a contatto con questa realtà, spesso mi sentivo dire che alla fine giocavo solo con bambini e che passavo del tempo con ragazze, facendo cose normali. La normalità. Una parola che richiama ad azioni e sentimenti positivi, quotidiane, calde. Ma in quel mondo la normalità è distorta. E’ violenza, è odio, è l’abbandono, è crescere troppo in fretta, è fredda. Ci sono state volte in cui avrei voluto piangere per loro. Ed è per questo che con loro facevo cose anormali. Parlavamo, le ascoltavo, cucinavamo insieme, a volte prendevamo un semplice caffè, andavamo ad una mostra d’arte, o guardavamo un film su un divano troppo stretto per tutte. Quella anormalità che faceva loro evadere dalla quotidianità anche solo per un’ora, anche solo per una notte. Non è sempre stato facile, non lo è quasi mai stato. Ci sono state urla, ci sono stati silenzi, porte sbattute in faccia. C’è stato il rifiuto e la colpa. E non puoi fare altro che prenderti tutto quel veleno, non puoi fare altro che tacere, perché neanche riesci a immaginarlo il dolore che c’è dietro quegli occhi vitrei e stanchi già di lottare, nonostante la giovanissima età.
Ho imparato che i bambini assorbono tutto e che lo riversano nella loro piccola esistenza sotto forma di capricci, giochi, attenzioni, e che tu sei la loro interprete, la loro voce, il loro punto di riferimento. Le loro aspettative nei tuoi confronti sono altissime, e non hai margine di errore ai loro occhi. Ci sono stati periodi in cui l’affetto che richiedevano era quasi morboso, ne avevano così tanto bisogno che ogni giorno ne volevano sempre un po’ di più. E ci sono stati mesi in cui la rabbia era incontenibile, una rabbia dettata dal fatto che si rendevano conto che le persone che stavano al loro fianco se ne andavano. Troppe volte hanno visto andare via vecchi educatori per dei nuovi, per troppe volte hanno visto scivolarsi dalle mani la loro Africa e non sentirsi comunque mai accettati in questa Italia. E la loro sensibilità è così forte, che una volta entrati in connessione, ti capiscono meglio di quanto tu possa capire loro. “C’è qualcuno che ti piace?” mi chiedono ancora adesso, “e perché non state insieme“, è complicato gli rispondo tutte le volte, il mondo degli adulti lo è sempre. “Ma se vi piacete e lui ti dà i baci sulla bocca allora state insieme“. Non è così semplice Momi mi ritrovo a sorridere, ma lui lo sa che le cose complicate sono altre. “Io e te siamo amici perché ci vogliamo bene, tu sei andata via, ma torni e fai la merenda con noi. E non c’è bisogno di dirlo vero? Ma noi siamo amici“. Sì, lo siamo. E mi avete riempito così tanto che neanche lo so spiegare quello che provo a tenervi ancora per mano quando attraversiamo la strada, a leggere le vostre pagelle alla fine dell’anno, a ricevere una telefonata con le vostre vocine che stanno cambiando, ma per me rimarranno sempre piccole. Non me lo so spiegare quello che provo quando al parco, tra tutti gli sguardi riuscite a riconoscere il mio, anche dopo anni.
L’ho incontrata che aveva solo 5 giorni e me ne sono andata che avevamo affrontato il suo primo anno di vita. La mia piccola Mouslie. L’ho vista crescere, camminare, l’ho consolata, le ho cambiato i pannolini, ci siamo cimentate nella prima pappa e le ho insegnato a dire yaay (mamma in wolof), perché le origini sono le tue radici, e già si sa quanto per me siano sacre. Mi ha resa orgogliosa ogni qualvolta nel suo piccolo mondo raggiungeva un obiettivo. E dopo due anni hai imparato il mio nome, e mi cerchi. Mi riconosci. Le tue manine che ancora si appendono ai miei capelli, e i tuoi occhi color nocciola, uguali a quelli di tua madre. Una donna forte, generosa, grande e che mi ha insegnato a dare anche quello che non si ha, se dall’altra parte c’è il legame giusto. Mi dicono che faccio parte della loro famiglia, anche se sono bionda, anche se sono bianca, e che io sarò parte di loro. E so che troverò sempre casa tra i loro profumi e odori, tra i loro colori, tra le loro braccia. 

E infine, ho avuto colleghi meravigliosi, alcuni dei quali sono diventati amici. E mi hanno accompagnata in questo percorso passo dopo passo, e mi hanno istruita e mai lasciata sola. E ad oggi quello che ho imparato lo devo a loro, a tutti loro. Le stesse persone che in un anno hanno totalmente rivoluzionato il mio modo di guardare il mondo, me stessa e il mio futuro. 
E non smetterò mai di imparare, perché nessuno di loro ha smesso di lottare.

Le stazioni raccontano di te.

Sono le 6.45 e fa freddo. Sta arrivando l’inverno, il buio, la pioggia. Sono le 6.45 e sono in stazione. Sembra di essere al cimitero, in realtà. I treni non si muovono, la poca gente che passa si stringe nei suoi cappotti, troppo assonnata e infreddolita per interagire con lo spazio esterno. Ho sempre pensato che i finestrini fossero una visione davvero dettagliata dei particolari di cui spesso non ci accorgiamo. Sono tre anni che vedo attraverso i finistrini dei regionali. Ci sono volti che non ho mai più rivisto e altri che mi è capitato di rincontrare, ci sono le stazioni di sempre, e quelle fantasma. Ci sono i panorama mozzafiato e ci sono fiumi. C’è la fretta, dio quanta fretta che ha la gente. Ci sono i saluti, la mia parte preferita. In stazione non è come in aeroporto. In stazione c’è più speranza di rivedersi presto, ci sono le lacrime e i baci. I baci degli innamorati, che si promettono il “per sempre” senza dirselo. Perché la verità è che già difficile arrivare al prossimo incontro, così separati, così lontani. Ci sono i baci dei genitori che vedono partire i propri figli verso un nuovo nido. Troppi anni sulle spalle per non commuoversi. Ci sono i baci degli amici, che con fierezza ti vedono spiccare il volo, con la consapevolezza che non sarà mai un addio il vostro. Ne avete passate troppe per separarvi davvero. E mi piace pensare che le stazioni, con tutti quei fili e quelle rotaie, siano la connessione prolungata di tutta quella gente che sta partendo. Piccoli frammenti di noi che vengono trasportati per tutte le fermate in ogni dove, senza mai perdersi, senza mai trovarsi. Vaganti, senza una meta, nell’attesa di essere visti, di essere percepiti.

Senza il sole non puoi esistere.

Hai mai provato quella sensazione di avere un macigno sul petto? Di sentirti soffocare anche se non c’è niente ad ostruirti le vie respiratorie. Di non provare più nulla se non dolore. Un dolore  che non riesci a localizzare nel tuo corpo. Che senti crescere dentro insistente, profondo, agguerrito. Ti senti dilaniato, ma non ci sono ferite. Hai la continua sensazione che da un momento all’altro tu possa smettere di respirare. Di camminare, di vedere. Pensi di non riuscire più a filtrare la luce, di non sentire più gli odori. Le tue gambe sono così pesanti, che ti sembra di avere delle catene legate intorno alle tue caviglie. E ti scendono solo le lacrime, finché avrai finito anche quelle, ed è in quel preciso istante che, senti la tua anima frantumarsi in mille pezzi. E tu ci provi disperatamente, con la poca forza rimasta, a raccogliere quei pezzi e riattacarli su di te, invano. E così, non hai altra scelta che accogliere tutto quel dolore, quel vuoto, quella mancanza di ossigeno, e sperare che finisca presto. Hai bisogno di sentire qualcosa, di sentirti riscaldato anche solo per un momento. Perché tu, tutto quel freddo, non riesci più a gestirlo. E i secondi ti sembrano giorni, le ore settimane, e i mesi anni. Non ti capaciti di come tu, che sei sempre stata luce, ora sei buio. Sei fredda. Sei vuota. “Finirà, devi solo aspettare” ti ripeti davanti allo specchio, ma fatichi a riconoscere anche la tua immagine riflessa. E vorresti urlare, ma i polmoni bruciano, e la tua voce è incastrata nella profondità della gola. Ed è vero, non c’è una via d’uscita, una scorciatoia per arrivare a quel fatidico momento in cui un tiepido raggio si fa spazio in quel cielo così nero. Devi aspettare. Fin quando riuscirirai a percepire di nuovo il vento che ti accarezza i capelli, la pioggia bagnare il viso, e il sole riscaldare la tua pelle ormai bianca e secca. Non so se il tempo che ci vuole è uguale per tutti, probabilmente no. Io ci misi un anno e tre mesi, e poi d’un tratto, in un giorno come un altro, tornò la luce.

Io che mi spengo. Io che ero luce, ora sono ombra. E ti diedi tutto, ti diedi il mio sole e tu, tu me lo portai via, lasciandomi solo sabbia, lasciandomi solo il vuoto.

I freddi vichinghi sciolgono il cuore di un’italiana

Scelsi di aderire al progetto Erasmus+ anche se non mi interessava molto il pacchetto per come veniva presentato da altri studenti, e per questo motivo, mossa dai soliti stereotipi, scelsi come destinazione la Danimarca e più specificamente Aarhus. All’inizio era tutto come ci si aspetta da un paese del nord: freddo e piuttosto buio. Durante i primi mesi del soggiorno, l’Italia mi mancava da morire: mi mancava la famiglia, il cibo, il clima e la socievolezza che solo gli italiani sono in grado di dare. Mi stavo pentendo della scelta fatta, rimpiangendo la solita opzione Spagna, Francia e Germania che ogni studente Erasmus che si rispetti sceglie.  Ma da lì a pochi mesi mi sarei resa conto dell’importante viaggio formativo che stavo intraprendendo, e il segno indelebile che questo paese mi avrebbe lasciato. La Danimarca è infatti, una nazione da capire, scoprire e apprezzare nei suoi paesaggi, nei suoi boschi fitti, e in quell’indipendenza che acquisisci non appena varchi il suo confine. Le strade sono sicure, familiari e ti accolgono come parte integrante della città. Non dimenticherò mai quella sensazione che mi accompagnava quando alla sera uscivo per una corsa senza cellulare e senza documenti. Alloggiavo a Brabrand Nord, un quartiere nella periferia di Aarhus, ma nonostante tutto mi godevo i tramonti da una panchina in mezzo ad un parchetto desolato, senza nessun genere di timore, e stavo lì, seduta e senza pensieri. Come dicevo prima, il mio è stato un Erasmus formativo: le università danesi sono meravigliose, le strutture e i comfort che offrono non passano inosservate. Hai tutto quello che serve, dalla biblioteca, alla mensa, a spazi dedicati allo sport, ma anche stanze dotate di divanetti e tendine, per concentrarsi sullo studio, o per noi provenienti dai paesi del sud, per il “riposino” pomeridiano. Università che ti fanno venire la voglia di prendere tutte le mattine l’autobus per 40 minuti, e con una temperatura da film Prigionieri nel ghiaccio, attraversare tutto il centro città per ritrovarsi semplicemente in queste splendide palazzine. Ma ciò che ha reso speciale la mia esperienza, sono state le persone che hanno accompagnato ogni singola giornata dei miei cinque mesi passati lontano da casa. In particolare Zamora, la mia coinquilina olandese, con cui ho stretto un legame così forte che ha spazzato via ogni limite, come la lingua differente. E tale legame è nato solo grazie alla fortuna di aver scelto entrambe la stessa destinazione, la Danimarca. Ad oggi ci sentiamo ancora, rendendoci partecipi delle nostre vite così distanti, e dopo tre anni dal nostro arrivederci, è fantastico vedere come la nostra intesa non sia cambiata di una virgola. Posso dire che una parte di me è rimasta lì, tra quei canali, quei tramonti e quei boschi così fitti da creare emozionanti giochi di luce. Aarhus non sarà mai la mia città, ma posso dire che la Danimarca è stata come la suoneria della sveglia, difficile da accettare, ma una volta in piedi, ti rendi conto della bellezza che hai intorno. E ringrazi te stesso per aver accettato la sfida di scendere da quel letto così caldo e avvolgente per ventate di aria fredda, ma che in fin dei conti, ti faranno sentire davvero viva.

Ci sono radici e ci sono rami.

A Genova ci sono le mie radici.
Sono incastrate sotto il cemento, che si fanno spazio ingombranti e vecchie. Ben salde ad un terreno attraversato da carrugi stretti, e corrose dal sale. Ci sono le mura, dentro le quali sono custoditi i tuoi desideri più intimi, un taglio di capelli venuto male, i primi baci, le prime sbronze con gli amici. Ci sono colline, dove vedi tramontare il sole con colori indescrivibili. Ci sono i ristoranti preferiti dove conosci i menù a memoria. C’è la lanterna che ti fa luce nelle notti più buie. Ci sono i vicoli dove nonostante tu ci sia nata, e cresciuta ancora fatichi ad orientarti. Ci sono gli amici di sempre, quelli a cui non devi più spiegare nulla, perché sanno già tutto. C’è la famiglia, e c’è la tua stanza. Il trampolino di lancio verso la vita. Quella stessa stanza che ti ha sentito gridare a pieni e brucianti polmoni e poi visto fare l’amore a cuore aperto. Quella che ti ha visto partire per poi tornare. Ci sono foto e ci sono quadri. Ci sono i tuoi diari dove sono custoditi i progetti più grandi e i sogni irrealizzati. Ci sono i libri che ti hanno cambiato la vita, e ti hanno cullata nei momenti di solitudine. C’è il mare, che ti fa sentire viva ogni volta che poggi il tuo sguardo tra le sue onde. Ci sono i km che, per così tanti anni, hai percorso. A volte in lacrime, a volte delusa, spesso spensierata. E c’è la sensazione che tutto questo ti stia stretto. Ma è quando passano i giorni, i mesi e gli anni lontano da qui realizzi che, a stare così stretti si riesce a sentire solo più calore.

E poi ci sono i rami, posti che ti rimangono dentro diventando, alla fine dei conti, un prolungamento della tua anima. Padova è il mio primo ramo. Tutto lì è diverso. Ci sono piazze larghe, ci sono strade piatte, non c’è il mare, e neanche le montagne. Ci sono più lacrime amare, c’è la nostalgia di casa, del tuo nido caldo. Ci sono i treni, i flixbus in ritardo, corse contro il tempo per non perdere i cambi. Ci sono valigie sempre pronte e mai disfatte. C’è la bicicletta, compagna di avventure. C’è il bar, l’unico di fiducia. Non ci sono ristoranti preferiti. Ci sono le biblioteche dove passi tanto di quel tempo che perdi intere giornate circondata da luci artificiali. Ci sono le feste in casa e le corse all’università. Ci sono i nuovi amici, che quasi ti sembra di conoscere da sempre, che diventano la tua nuova e sgangherata famiglia. Con cui ti scambi le medicine, e passano a comprarti il minestrone se stai male. Ci sono i progetti di una ragazza diventata ormai donna, e c’è la speranza che i tuoi sforzi vengano riconosciuti. C’è la voglia di lottare, ci sono le vecchie canzoni e ci sono nuovi libri, nuove foto. E le senti crescere dentro all’anima quelle foglie attaccate ben salde al tuo rametto. Foglie che nonostante tutto hanno superato la solitudine dell’inverno e una primavera troppo fredda. Sempre più verdi. Ancora attaccate. E durante una banale domenica mattina di novembre, ti accorgi che la tovaglia che hai scelto per il tavolo della tua cucina, il rumore della moka che ti avvisa che il caffè è salito, e quelle due lampadine bruciate da tempo nel bagno, sanno di casa tua.