Dicono che chi parte è quello che soffre meno. Destinato a cambiar vita, reinventandosi e rimettendosi in gioco, e che non abbia tempo di voltarsi indietro. Io penso che questa sia la migliore tra le ipotesi.
Chi parte ha quasi sempre paura. C’è anche la frenesia certo, di scoprire cos’ha in serbo per lui quel nuovo luogo. Ma spesso ha paura, una paura che scorre sempre più densa e nera nelle tue vene, arrivando prima al cervello e poi al cuore, rendendolo pesante, soffocante e duro. Quando decidi di salire su quel treno lasciandoti dietro la certezza di quello che hai, non lo fai a cuor leggero. Ci sono volte in cui sono partita con la consapevolezza che avevo trovato la mia via di fuga, e ce ne sono state altre in cui dentro a quelle valigie c’erano macigni, non vestiti. E sai benissimo che una volta oltrepassata quella linea gialla di quel binario, ancora una volta, tutto andrà avanti senza di te. E tu non ci sarai ad assistere a quei cambiamenti. Minuscoli e impercettibili ma che raccontano storie, di cui tu inevitabilmente non ne farai parte. Di cosa hai paura? Qui è sempre tutto uguale. Ma la verità è che ho una paura smisurata di perdermi momenti banali ma felici, una festa di compleanno, una serata senza senso ma con più cose da raccontare che mai. La tua amica che inaugura casa, una rimpatriata tra vecchie glorie, un evento nel posto che ti piace tanto. E non c’eri neanche quando la tua amica è stata lasciata, o quando un’altra ha incontrato una nuova fiamma. Non ci sei neanche per quella mostra che tanto avresti voluto vedere. E tutto scorre inevitabilmente intorno a te, sopra di te, senza toccarti mai.
E poi più di tutto ho paura di dimenticarmi il colore dei tuoi occhi, del tuo sorriso, del tuo sguardo. Ho paura di dimenticarmi dei tuoi baci al gusto alcol e sigaretta che tanto mi fanno impazzire. Ho paura di non riuscire a ricordarmi che effetto mi fanno le tue braccia intorno al mio corpo. Ho paura della tua assenza, che è così stridula da farmi perdere il sonno.
Ho paura che al mio ritorno tu possa guardarmi strana come se non fossi io, come se ti dovessi riabituare a me, come se, in fin dei conti, sei andata via tu e gli altri si sono dovuti adattare, giostrandosi tra una routine dove tu non ne fai parte.
E forse sei più confusa di tutti. Vivi in un’altra città che per sentirla tua ci hai impiegato tanto, ma in che fin dei conti non sarà mai come casa. Ma poi, al rientro nel tuo nido, ti accorgi che tutto è diverso. Persino casa tua. Quando ti siedi al tuo posto ma è stato apparecchiato per un altro, dove le tue cose in camera sono state spostate per mettere nuova roba non tua. E ti serve tempo per acquisire di nuovo il diritto di far parte della tua città, delle persone, di casa. Tutto quel tempo investito a ristabilire un ordine di cui sei dipendente. E quando finalmente è tutto al suo posto, tu sei costretto a partire di nuovo. Lasciando ancora una volta la felicità più intima dietro le tue spalle, ormai stanche di voltarsi di nuovo.