44°25’35″N 8°54’54″E

Mi è sempre piaciuto raccontare storie, mi dà una bella sensazione riempire intere pagine bianche con l’inchiostro. Tutto inizia sempre per gioco, poi un giorno diventa routine e poi necessità. Ovunque vada sommergo gli spazi di post-it, quaderni e note sul telefono che raccontano frammenti di vita e di emozioni. Non credo ci sia un momento giusto per farlo: arriva diretta nella tua testa, quella parola che darà il tocco perfetto a quello che stavi provando. Che, con insistente necessità, la senti spingere finché non le darai la libertà che cerca, di cui ha bisogno. E forse non solo lei. E così riga dopo riga, ti accorgi di aver raccontato un’altra storia, l’ennesima interpretazione del tuo mondo. E quindi eccomi qui, in uno scarso tentativo di mettere insieme parole nella loro semplicità e nel modo più intimo che conosco.

44°25’35″N 8°54’54″E – Voglio partire da queste coordinate. Quelle di Genova. Ecco forse questo è il luogo che più ha stimolato la mia creatività. Che pur non essendo una persona, fa parte del mio essere, delle mie radici. Una città che saprà sempre di casa, che mi ha visto cadere e poi rinascere. Dove c’è il mio tanto amato mare che, mi ha cullato tra le sue onde per 25 anni. Ovunque andrò mi porterò sempre l’odore del sale.
L’ho scoperto andando via di casa, il legame che avevo con questa meravigliosa e stretta città. Mai avrei pensato che più di tutto mi sarebbero mancate delle strade, dei luoghi, degli odori. E spesso la gente commenta la mia nostalgia dicendomi “mica sei nata a Roma o a Firenze”, ma che ne sanno quelli di cosa si prova a sentire l’odore del sale, il profumo del pesce fritto, il rumore delle onde, lo starnazzare dei gabbiani. Che ne sanno quelli, dell’infinito, del cielo che si unisce al mare, dei tramonti sull’acqua, e della luna riflessa. Ma che ne sanno quelli, di cosa si prova quando torni e ti basta guardare l’orizzonte per sentirti in pace. Ma che ne sanno gli altri che sono nati senza il salino tra i capelli e il mare negli occhi. E tutto questo l’ho apprezzato solo quando mi è stato tolto. Sono al mio secondo anno fuori sede e soprattutto all’inizio è stato difficile accettare la distanza e togliere l’ancora una volta per tutte. Temevo che Lei non avesse più niente per me, nulla da offrirmi, ma tanto da togliermi. Quest’estate dopo il secondo mese a casa, mi ricordo che un giorno, mentre facevo colazione su uno scoglio, e mi godevo i raggi di sole ancora tiepidi del mattino, mi venne voglia di scrivere per Lei. Come se potessi leggergliele davvero quelle parole, come se potessi farla innamorare di me. Ed è così che voglio concludere questo monologo su Genova, con le parole più intime che ho sviscerato pensandomi di nuovo lontana.

E ti lascio tutto,
anche quello che non ho
perché in cambio tu
mi hai dato il silenzio, e poi rumore
mi hai dato la pace e poi me l’hai tolta.
Ti lascio la mia anima vuota
da riempire con le tue onde,
ti lascio i miei occhi da riempire con l’infinito.
A te che mi hai donato il tuo colore,
ti lascio la mia essenza fatta di sale e scirocco.