Fermati e osserva.

Viaggiare da soli non è così male. Impari tanto da te stesso. Impari soprattutto che ti piace fare un sacco di cose che non facevi da tempo. Non fa paura viaggiare da soli, sì certo alla lunga stanca. Credo che l’uomo sia sempre in cerca di un confronto e del suo branco, anche se passeggero, ma che in fin dei conti ti fa sentire parte di un qualcosa. Ma quando sei sola, il viaggio diventa più grande. Impari a goderti ogni minuto che hai a disposizione, a visitare quelle cattedrali gotiche che ti hanno sempre affascinato, ma che per la maggior parte sono noiose. Impari a perderti nelle città, e a scoprire zone che con un planning ben definito, non troveresti mai. Impari a goderti un caffè al bar, a scambiare due parole con le persone del posto. Impari a portarti un libro dietro e a goderti il silenzio nella calma di un luogo nuovo. Ma soprattutto impari ad osservare. E ti accorgi che i ciliegi hanno iniziato a fiorire nonostante faccia ancora freddo, che alcuni nomi delle strade sono davvero buffi, e che dove non c’è gente di solito ci sono viste mozzafiato. E poi d’un tratto ti accorgi che hai camminato per 20 km, e che poi non si sta così male con se stessi. E che ogni tanto fa bene farlo, dico mollare tutto e fare quello che ti piace, senza doverlo giustificare a nessuno, senza accordi, senza compromessi. Viaggiare da soli non fa paura, siamo noi che ci facciamo tremendamente paura. Paura di non conoscerci abbastanza, paura dei nostri pensieri, dei nostri desideri. Quando invece, se una cosa la sto imparando, è che fermarsi e ascoltarsi, è la forma di indipendenza più grande che ci sia. Non si può correre sempre verso nuove mete, bisogna avere il coraggio di fermarsi e godersi il proprio tempo. Ecco cosa significa viaggiare da soli.

Prossima fermata: Valladolid

È arrivato il momento. Quell’esatto momento in cui ripieghi i vestiti e li infili in modo innaturale dentro a quelle valigie sempre troppo piccole per tutto quello che hai. Pensi a come potrà stare tutto: calcoli stagioni, gradi, precipitazioni, perché lo sai benissimo che il cambio armadio non sarà una motivazione valida e sufficiente per tornare. E così inizi a mettere sottovuoto tutto quanto: vestiti, ricordi, pensieri, paure e ansia; aspiri tutto con l’aspirapolvere e li sigilli dentro una valigia che non dovrà superare i 20kg. Impacchetti tutte le tue cose, come sei abituata a fare, e ti rendi conto di quanto alla fine niente sia così importante da portare con te tranne che delle foto usurate, la tua tazza preferita, un buon libro, la dichiarazione dei diritti dell’uomo, una sua maglia, una lettera e i tuoi post it. Tutto quello che ti serve per sentirti a casa a migliaia di km di distanza.
E io l’ho capito solo ora cos’è che davvero fa male prima di una partenza. Non è la paura di perdere persone: sono anni che sono abituati a vedermi partire, anni che subiamo i cambiamenti della vita, anni che, nonostante tutto, non abbiamo mai perso la voglia di stare insieme. Non è neanche la paura del cambiamento, sì quella c’è, è reale. Ma in fin dei conti quante volte ci siamo già trovati a questo punto? Quante volte ce l’abbiamo fatta? Può fare paura, ma gli strumenti ci sono e sappiamo come usarli. La vera tortura lenta e costante, è l’attesa.
Ogni giorno ti svegli con meno ore a disposizione, che separano te dall’imminente partenza. Ogni ora in meno che hai ti sembrano pietre che cadono sui tuoi piedi, pesanti e appuntite. Senti le gambe gonfie e la schiena rigida. Ogni abbraccio, ogni bacio, ogni “ci vediamo presto, andrà tutto bene”, rendono tutto più difficile, più spaventoso. Ed è così che ti sembra davvero impossibile chiudere quella valigia, infilare lo zaino e prendere quell’aereo. Ti sembra così difficile che inizi a boccheggiare, a percepire il vuoto intorno. Hai la sensazione di cadere, e non riesci a vederla quella fine.
Ma poi, la sveglia suona, prendi coraggio e parti. E le pietre diventano passi, l’aria leggera, non senti più il vuoto. Senti che ce la puoi fare. Sei viva, e andrà davvero tutto bene. Supererai anche questa, e non sarai sola. Non lo sei mai stata. E lo devi un po’ a te stessa e un po’ a quella persona che ti ha stravolto la quotidianità, aspettandoti, e quando l’attesa sarà troppa, accorcerà la distanza che vi separa. Ed è così che affronti le tue sfide, con l’adrenalina a mille, ma mai così sola come pensi.


Mi ricordo 4 anni fa, quando lasciai casa per la prima volta per così tanto tempo. Fuori pioveva, faceva freddo e sarei finita in un paese ancora più freddo, ancora più grigio. La seconda volta invece, mi sentivo solo molto sola, ma in cuor mio sapevo quanto fosse necessario quel taglio netto con la mia città. Questa volta è diverso. Ho un po’ imparato a gestirla meglio. I saluti sono stati più dei ciao piuttosto che dei goodbye. Sono partita per l’ennesimo test a cui  sottopormi, che in fin dei conti so che supererò. 15 settimane lontana da casa, lontana da te, 15 settimane di crescita, 15 settimane di cambiamenti; e poi i miei piedi, instancabili, torneranno dove potranno finalmente riposarsi per un po’. Sempre frenetici, ma un po’ più leggeri.

L’uomo non ha radici, ha piedi.

Questa è una delle espressioni che più condivido ma che allo stesso tempo percepisco come contraddittoria con il mio essere. Mi trovavo a Schio, in provincia di Vicenza con una mia carissima amica, Sara. Avevamo deciso di andare a fare del trekking su per quelle montagne da lei tanto amate. Stavamo chiacchierando del futuro, delle aspettative, di tutto, come facciamo spesso. Si parlava della voglia di fare, di trovare il proprio posto, la propria dimensione. Ma si sa già, Genova è e sarà sempre il mio posto. Così cercavo disperatamente di capire come conciliare Genova con il mondo. Lei mi guardò sorridendo in modo fraterno, con quel suo sorriso infinito di cui sono tanto dipendente e mi disse “Giulia l’uomo non ha radici, non è fatto per stare fermo. Ha piedi e con quelli va ovunque anche se non sa ancora dove o come. Siamo nati per andare e poi tornare, ma sempre in movimento”. Nulla di più vero mi dissi. E ho realizzato che passo tanto di quel tempo a pensare di dover a tutti i costi trovare il mio angolo sicuro in quella città così stretta, che spesso mi dimentico che io ho i piedi. E sono frenetici, vogliosi di arrivare, di calpestare suoli mai toccati prima. E di tornare, di rimettersi sui propri passi, riposizionare le proprie scarpe in quelle orme già segnate all’andata. Ed è con questa consapevolezza che dopo un weekend a Londra davvero frenetico, mi sono resa conto che i miei piedi mi porteranno lontano, mi porteranno a conoscere nuovi posti, a vivere nuove vite a rincontrare amici sparsi in giro in ogni dove. Perché è questo che è successo. Scegliere una città e trovarsi di nuovo, riunite anche solo per 24h intense, come se il tempo non fosse mai andato avanti, per poi raggiungere Milano e vedere una vecchia amica in metro fino alla fermata del pullman. Due chiacchiere, due abbracci sentiti e la promessa di rivedersi ancora. E solo adesso mi rendo davvero conto di quanto sia grata di avere piedi leggeri che continuano a portarmi lontana, da persone care, da compagni di vita. Di permettermi di cogliere nuove opportunità, di apprezzare quello che ho già, e quello che potrei avere, di arrivare dove altri hanno paura, dove io stessa ce l’ho. E sono grata a loro perché so, che nonostante tutto, mi riporteranno alle mie radici. Sempre.

Che sapore ha il terere?

Mi piace pensare che esistano due tipi di esperienze: quelle che ti cambiano la vita e altre ti confermano che sei al binario giusto. Il mio viaggio in Sud America rientra nella seconda categoria. In Paraguay i bambini di ogni età lavorano in strada. Una strada che si divide tra un’evidente ricchezza e un’estrema povertà dove corruzione e criminalità sono all’ordine del giorno. Ma ho anche scoperto che le persone sono meravigliose, un po’ come le nostre famiglie del sud, molto accoglienti e disponibili. Ho finalmente avuto la possibilità di incontrare i nativi del posto, i Guaranì, vedere come vivono, ascoltare la lingua antica che parlano. Esistono più di dieci differenti comunità. Alcune vivono a 25 km di distanza dal centro più vicino e, nei periodi di siccità, li percorrono tutti sotto il sole bollente per procurarsi dell’acqua potabile. La sorpresa più grande, però, è stata cogliere la fierezza con la quale i Guaranì mostrano le piccole capanne fatiscenti nelle quali vivono. Da sempre sono affascinata dai nativi americani, poiché rappresentano l’ultima connessione rimasta con le nostre origini. Quelle più profonde, legate alla terra e al rispetto di ciò che ci dona. Al rispetto degli animali che pascolano liberi in ettari di campi, senza quelle gabbie così strette a cui siamo abituati.

Durante questo viaggio, ho visitato associazioni che si occupano di promuovere alcuni dei diritti umani inalienabili. Diritti che la maggior parte della popolazione nemmeno conosce. Ho incontrato donne che, con 14 figli, lavorano nei campi dalle 5 del mattino alle 20 di sera, occupandosi di tutto, compresa la vendita dei propri prodotti in fiera. Ho rispolverato il mio spagnolo, che ora è un po’ più sudamericano. Ho bevuto terere, una bevanda tipica del posto, come da tradizione. Ho avuto modo di apprezzare la mia cara Europa quando ho attraversato tre frontiere innumerevoli volte, con tutti i controlli che ne conseguono, per il cambio di moneta e di internet. Nonostante me lo abbiano sconsigliato, ho assaggiato lo Street food e intrugli dissetanti. Ho esultato e cantato con i tifosi dell’Olimpia quando hanno vinto la partita. Ho giocato con 55 bambini e ragazzi che mi hanno fatto sentire parte di una famiglia grandissima e, nonostante le poche ore passate insieme, ci siamo salutati con le lacrime agli occhi. Ho apprezzato la natura come non ho mai avuto occasione di fare e, per la prima volta nella vita, vista la scarsa puntualità dei paraguaiani, non sono mai arrivata in ritardo a nessun appuntamento. Ho condiviso ogni singolo istante con la compagna di viaggi, amica, collega migliore che potesse capitarmi, la stessa con la quale attraverserei il mondo intero senza annoiarmi, infastidirmi o incasinare l’organizzazione stabilita. Che non è poco, anzi, forse è tutto ciò che si necessita.

Viaggiare rende liberi, ma soprattutto ci avvicina all’idea che facciamo parte di una cosa molto più grande e molto più bella di noi, dei nostri stati e dei nostri confini: il mondo.

I freddi vichinghi sciolgono il cuore di un’italiana

Scelsi di aderire al progetto Erasmus+ anche se non mi interessava molto il pacchetto per come veniva presentato da altri studenti, e per questo motivo, mossa dai soliti stereotipi, scelsi come destinazione la Danimarca e più specificamente Aarhus. All’inizio era tutto come ci si aspetta da un paese del nord: freddo e piuttosto buio. Durante i primi mesi del soggiorno, l’Italia mi mancava da morire: mi mancava la famiglia, il cibo, il clima e la socievolezza che solo gli italiani sono in grado di dare. Mi stavo pentendo della scelta fatta, rimpiangendo la solita opzione Spagna, Francia e Germania che ogni studente Erasmus che si rispetti sceglie.  Ma da lì a pochi mesi mi sarei resa conto dell’importante viaggio formativo che stavo intraprendendo, e il segno indelebile che questo paese mi avrebbe lasciato. La Danimarca è infatti, una nazione da capire, scoprire e apprezzare nei suoi paesaggi, nei suoi boschi fitti, e in quell’indipendenza che acquisisci non appena varchi il suo confine. Le strade sono sicure, familiari e ti accolgono come parte integrante della città. Non dimenticherò mai quella sensazione che mi accompagnava quando alla sera uscivo per una corsa senza cellulare e senza documenti. Alloggiavo a Brabrand Nord, un quartiere nella periferia di Aarhus, ma nonostante tutto mi godevo i tramonti da una panchina in mezzo ad un parchetto desolato, senza nessun genere di timore, e stavo lì, seduta e senza pensieri. Come dicevo prima, il mio è stato un Erasmus formativo: le università danesi sono meravigliose, le strutture e i comfort che offrono non passano inosservate. Hai tutto quello che serve, dalla biblioteca, alla mensa, a spazi dedicati allo sport, ma anche stanze dotate di divanetti e tendine, per concentrarsi sullo studio, o per noi provenienti dai paesi del sud, per il “riposino” pomeridiano. Università che ti fanno venire la voglia di prendere tutte le mattine l’autobus per 40 minuti, e con una temperatura da film Prigionieri nel ghiaccio, attraversare tutto il centro città per ritrovarsi semplicemente in queste splendide palazzine. Ma ciò che ha reso speciale la mia esperienza, sono state le persone che hanno accompagnato ogni singola giornata dei miei cinque mesi passati lontano da casa. In particolare Zamora, la mia coinquilina olandese, con cui ho stretto un legame così forte che ha spazzato via ogni limite, come la lingua differente. E tale legame è nato solo grazie alla fortuna di aver scelto entrambe la stessa destinazione, la Danimarca. Ad oggi ci sentiamo ancora, rendendoci partecipi delle nostre vite così distanti, e dopo tre anni dal nostro arrivederci, è fantastico vedere come la nostra intesa non sia cambiata di una virgola. Posso dire che una parte di me è rimasta lì, tra quei canali, quei tramonti e quei boschi così fitti da creare emozionanti giochi di luce. Aarhus non sarà mai la mia città, ma posso dire che la Danimarca è stata come la suoneria della sveglia, difficile da accettare, ma una volta in piedi, ti rendi conto della bellezza che hai intorno. E ringrazi te stesso per aver accettato la sfida di scendere da quel letto così caldo e avvolgente per ventate di aria fredda, ma che in fin dei conti, ti faranno sentire davvero viva.