Ci vuole tempo per naufragare.

Che cosa c’è dopo?
Dopo quando?
Forse domani, o tra cinque anni, magari tra un mese.
Non lo so quando, non conosco il dopo.

È strano non avere progetti o rendersi conto che non sei tu il padrone del tuo imminente futuro. Non sei tu, perché non dipende da te. Per due mesi, ogni giorno mi svegliavo alla stessa ora, per fare le stesse cose e nello stesso modo. Per due mesi mi sono fermata, ibernata e atrofizzata. Era un desiderio in realtà, quello di fermarsi, ne sentivo l’esigenza da un po’ di tempo ormai. Penso dovesse essere più graduale, il tempo dico. Per apprezzare di più le ore che potevi dedicare alla stabilità delle cose, delle persone, della terra. Ma forse è stato giusto così, in fin dei conti le opportunità non bussano mai alla porta, passano dalla finestra e arrivano sempre in forme inaspettate.
Ingenuamente pensavo che mi bastasse più tempo per capire, ma non è mai così. Quando ti trovi dentro alla situazione in cui vorresti essere, si ribalta tutto, ancora più confuso di quanto non lo sia mai stato. Perché la verità è che non siamo mai pronti ai cambiamenti radicali, non siamo mai pronti a rimetterci in gioco un’altra volta. E così ti trovi ad attraversare l’oceano senza sapere quale possa essere davvero la tua meta.
Volevi solo navigare, scoprire nuove terre, scappare, ritrovarti o tornare?
Cos’è che vuoi davvero? Non lo so.

Non sai molto di quello di cui hai bisogno, che può renderti davvero felice, che ti dia equilibrio. E non puoi fare altro che navigare, seguire il vento, a volte contrastarlo e spesso essere dirottato verso un ignoto ancora più sconosciuto. Non so quanto tempo ci voglia per riuscire a capire la direzione giusta da prendere, ma so che adesso ci vuole un tempo immisurabile per ritrovare equilibrio, per perdere di vista quelli che definivi gli obiettivi principali, per volere quello che non vuoi, per lasciar perdere quello che volevi. Ti lascerai trasportare dalla corrente fino a smarrirti totalmente, e solo quando il tuo equilibrio sarà abbastanza forte da non naufragare, avrai capito dove puntare la tua bussola.

Sei il mio tempo.

Non c’è ricordo che non mi leghi a te. Eravamo semplici, lo siamo sempre state, ci piaceva immaginare. Quanta immaginazione ha accompagnato la nostra crescita. Mi ricordo quando andavamo al mare e la cosa più importante era la scelta dello scoglio più ampio, solo così potevamo creare la nostra casa. Potevamo vedere la sala, la stanza da letto, la cucina e anche il bagno. Avevamo un sacco di amici: il materassino, la canoa e le ciambelle, tutti loro avevano un nome, e c’eravamo estremamente affezionate. Persino i pesci erano nostri amici, anche se poi dovevamo liberarli. Mi ricordo le storie che scrivevo. E tu, bé tu eri la mia unica lettrice, e sognavamo un mondo pieno di magia. Poi c’erano gli alberi. Grossi alberi a cui raccontavamo i nostri segreti, sicure che non ci avrebbero mai tradite, e che in qualche modo ci avrebbero tenuto legate per sempre attraverso le radici. Le stesse radici che presto sarebbero diventate nostre. Mi ricordo la campagna dove sognavamo di diventare fioraie o le cuoche facendo il sugo con i mattoni rossi. Mi ricordo dei nostri progetti pressoché irrealizzabili, e mi ricordo ogni danno commesso e ogni soluzione data. Mi ricordo ogni volta che ci siamo asciugate le lacrime, tutte le volte che abbiamo risposto al telefono perché, non importava quale fosse il problema o la gioia da condividere, l’importante era farlo con te. Mi ricordo quando una volta proclamata dottoressa, il primo sorriso in cui mi sono tuffata era il tuo. E mi ricordo la tua discussione, che ho ripetuto parola per parola, con te. Mi ricordo ogni tuo arrivo ad ogni mia partenza, e mi ricordo ogni tuo sguardo complice. Mi ricordo quando ci siamo tatuate l’albero del nostro per sempre. E mi ricordo quando ci siamo promesse che saremo in tutti gli alberi, in tutte le radici, il mare e il cielo che incontreremo. Saremo una cosa sola. Te lo ricordi vero? Ucs. Una cosa sola. Ma lo siamo sempre state, nonostante la diversità, mentre tutto crollava intorno, io e te, non abbiamo mai subito crepe.

Quando si parla di anime gemelle, di incastri, di persona giusta, si pensa inevitabilmente ad un ipotetico partner. Ma te lo ricordi quando ci siamo rassegnate al fatto che nessun altro potrà avere un decimo della perfezione che abbiamo noi? Sei tu il mio incastro perfetto, la mia anima gemella, la mia persona. Io e te siamo sempre state magia, e ti ricordi quanto ci credevamo in questa magia? Pensavamo uscisse dalla bacchetta magica, o chissà da quale parte del corpo. E solo più tardi ci siamo rese conto che la magia è sempre stata dentro di noi, tra di noi, la nostra connessione, la nostra complicità. Siamo sempre state magia e lo sarà per sempre.
Ho provato innumerevoli volte a spiegare il mio rapporto con te, a giustificare tutto il tempo che ci dedichiamo h24, 7su7,da 25 anni. Ma cosa avete da dirvi? Niente, tutto.

Non credo che mia madre possa dire di conoscermi nel profondo come te, non credo che anch’io possa dire di conoscermi come mi conosci tu. Perché tu sai essere un’amica, una sorella, un fidanzato, un genitore, una compagna di viaggi, una compagna di università, una consulente lavorativa, contabile, personal trainer, psicologa, insegnante, lettrice, sostenitrice, motivatrice, artista, e molto altro. E per questo, e per mille altri motivi che mai riuscirò a descrivere con le semplici parole che conosco, tu vali tutto il tempo che possiedo.

Forse del buono c’è.

La quarantena fa schifo. Possiamo raccontarcela per giorni, ma la verità è che siamo tutti stanchi. Anch’io proverò a raccontarla a me stessa, solo per trovarci del buono. O per evitare il reparto di psichiatria. Siamo tutti agitati, nervosi, preoccupati, a tratti egoisti, poi un po’ altruisti. A volte cittadini modello, spesso giudicanti. É colpa degli altri, poi un po’ nostra, ma più di tutti, è colpa di quelli che stanno ai vertici. Sventoliamo la bandiera tricolore, ma siamo un popolo di caproni. La verità è che io avevo bisogno di fermarmi. Ci sono riuscita, mi ci voleva una pandemia mondiale. La prossima volta però un po’ meno. Ero in erasmus, ero in Spagna, era tutto organizzato, tutto incastrato perfettamente, e ora sono in Italia, a Genova e non sai più cosa potrai fare tra una settimana, o cosa succederà tra un mese. Ringrazi di stare ancora bene, che la tua famiglia e i tuoi amici siano solo all’orlo dell’esaurimento, ma nulla di più.

Io sto bene a casa. Era da tempo che non passavo intere giornate con i miei genitori, a litigare con i miei fratelli. Era da tempo che non ero partecipe del casino che la nostra famiglia è in grado di produrre h24. Delle battute assurde di mio padre, degli scioperi di mia madre senza una reale motivazione, di mio fratello che tormenta mia sorella, di mia sorella che tormenta mia madre, di mio padre che tormenta me. Non ci possiamo abbracciare perché mio fratello lavora in ospedale, sul divano ci si può stare non più di due alla volta, ci sono i turni per la sdraio in poggiolo, I turni spesa e i turni spazzatura. C’è mia sorella che passa l’amuchina in tutte le maniglie, mio fratello che divide la casa in zone contaminate e non, e mio padre che se ne dimentica. C’è mia madre che con pazienza cerca di tenere a bada quattro cani sciolti, mio padre che aderisce a tutte le catene del web. C’è il bollettino della protezione civile alle 18, c’è il bollettino dell’ospedale dove lavora mio fratello e ci siamo io e papà che da virologi passiamo a diplomatici, politici, e ministri. Ci sono le mie amiche, che come me, come tutti, si annoiano. E ci sentiamo ogni giorno in videochiamata a festeggiare compleanni, a condividere schede della palestra, tutte struccate, in pigiama e a lamentarci che mangiamo come se soffrissimo la fame. Ci sono i gruppi whatsapp, attivi come non lo sono mai stati. Ma che adesso non vengono silenziati perché ti salvano dalla noia. C’è il tuo ragazzo, che non vedi da un mese e che non vedrai per chissà quanto altro tempo. Che ti manca, dio quanto ti manca. Ma c’è, c’era e continua ad esserci. E alla fine a casa si sta bene, ma ti mancano le persone, ti manca toccarle, sentire i loro odori, vedere quelle espressioni che conosci molto bene, ma che un po’ stai dimenticando.
Siamo tutti distanti, nulla di nuovo per me, ci sono abituata. Ma, incredibilmente, non siamo soli. Ci riserviamo attenzioni che davamo come ovvie, ma di cui ne abbiamo ancora bisogno, estremamente bisogno.

Non impareremo niente da questa situazione, non lo facciamo mai. Ma domani, quando tutto questo finirà, quando torneremo a stare insieme per davvero, bé ci accorgeremo di quanto siano speciali i nostri amici, con cui hai superato pure questa. Che a passare da casa e stare con la tua famiglia non è più un peso, ma un privilegio. Che passeremo più tempo con la nonna, che non deve per forza andare tutto di corsa, che a volte dobbiamo goderci per davvero il tempo che abbiamo con alcune persone. Ci accorgeremo, e forse neanche troppo, che è bello leggere, prendersi cura di sé, parlare e confrontarsi, che se anche ci scoccia svegliarci presto la mattina, lavorare ci rende liberi, che studiare in biblioteca non fa poi così schifo, che l’attività sportiva alleggerisce un po’ tutto, e che litigare per cavolate non ha davvero senso. Ci accorgeremo che dormire bene e il giusto ci dà l’energia essenziale anche a 25 anni, e che in fin dei conti, conta solo chi sa restare.
La quarantena fa schifo, ma forse del buono c’è. Forse dovrei raccontarla un po’ meglio sta storia del “forse del buono c’è”, forse non c’è proprio niente di buono. Ma mi piace credere di avere avuto del tempo extra che mai avrei pensato di avere con la mia famiglia. Di aver stretto ancora di più i legami con i miei amici che, chi più chi meno, sono nella mia vita da anni. Di sapere che ogni giorno c’è una persona che si addormenta con il desiderio di vedermi presto, e si sveglia con l’attesa di fare quella chiamata a fine giornata. Mi piace pensare che questa volta riuscirò a preparare tutti gli esami senza ridurmi all’ultimo, ma mi piace pensare che neanche a sto giro ne sarò in grado.
Il covid-19 ci ha privato di tante libertà, ma questa quarenta ci sta dando la possibilità di fermarci un secondo per capire chi siamo, cosa vogliamo e con chi vogliamo stare. E forse, questo, è catalogabile come buono.

Fermati e osserva.

Viaggiare da soli non è così male. Impari tanto da te stesso. Impari soprattutto che ti piace fare un sacco di cose che non facevi da tempo. Non fa paura viaggiare da soli, sì certo alla lunga stanca. Credo che l’uomo sia sempre in cerca di un confronto e del suo branco, anche se passeggero, ma che in fin dei conti ti fa sentire parte di un qualcosa. Ma quando sei sola, il viaggio diventa più grande. Impari a goderti ogni minuto che hai a disposizione, a visitare quelle cattedrali gotiche che ti hanno sempre affascinato, ma che per la maggior parte sono noiose. Impari a perderti nelle città, e a scoprire zone che con un planning ben definito, non troveresti mai. Impari a goderti un caffè al bar, a scambiare due parole con le persone del posto. Impari a portarti un libro dietro e a goderti il silenzio nella calma di un luogo nuovo. Ma soprattutto impari ad osservare. E ti accorgi che i ciliegi hanno iniziato a fiorire nonostante faccia ancora freddo, che alcuni nomi delle strade sono davvero buffi, e che dove non c’è gente di solito ci sono viste mozzafiato. E poi d’un tratto ti accorgi che hai camminato per 20 km, e che poi non si sta così male con se stessi. E che ogni tanto fa bene farlo, dico mollare tutto e fare quello che ti piace, senza doverlo giustificare a nessuno, senza accordi, senza compromessi. Viaggiare da soli non fa paura, siamo noi che ci facciamo tremendamente paura. Paura di non conoscerci abbastanza, paura dei nostri pensieri, dei nostri desideri. Quando invece, se una cosa la sto imparando, è che fermarsi e ascoltarsi, è la forma di indipendenza più grande che ci sia. Non si può correre sempre verso nuove mete, bisogna avere il coraggio di fermarsi e godersi il proprio tempo. Ecco cosa significa viaggiare da soli.

Prossima fermata: Valladolid

È arrivato il momento. Quell’esatto momento in cui ripieghi i vestiti e li infili in modo innaturale dentro a quelle valigie sempre troppo piccole per tutto quello che hai. Pensi a come potrà stare tutto: calcoli stagioni, gradi, precipitazioni, perché lo sai benissimo che il cambio armadio non sarà una motivazione valida e sufficiente per tornare. E così inizi a mettere sottovuoto tutto quanto: vestiti, ricordi, pensieri, paure e ansia; aspiri tutto con l’aspirapolvere e li sigilli dentro una valigia che non dovrà superare i 20kg. Impacchetti tutte le tue cose, come sei abituata a fare, e ti rendi conto di quanto alla fine niente sia così importante da portare con te tranne che delle foto usurate, la tua tazza preferita, un buon libro, la dichiarazione dei diritti dell’uomo, una sua maglia, una lettera e i tuoi post it. Tutto quello che ti serve per sentirti a casa a migliaia di km di distanza.
E io l’ho capito solo ora cos’è che davvero fa male prima di una partenza. Non è la paura di perdere persone: sono anni che sono abituati a vedermi partire, anni che subiamo i cambiamenti della vita, anni che, nonostante tutto, non abbiamo mai perso la voglia di stare insieme. Non è neanche la paura del cambiamento, sì quella c’è, è reale. Ma in fin dei conti quante volte ci siamo già trovati a questo punto? Quante volte ce l’abbiamo fatta? Può fare paura, ma gli strumenti ci sono e sappiamo come usarli. La vera tortura lenta e costante, è l’attesa.
Ogni giorno ti svegli con meno ore a disposizione, che separano te dall’imminente partenza. Ogni ora in meno che hai ti sembrano pietre che cadono sui tuoi piedi, pesanti e appuntite. Senti le gambe gonfie e la schiena rigida. Ogni abbraccio, ogni bacio, ogni “ci vediamo presto, andrà tutto bene”, rendono tutto più difficile, più spaventoso. Ed è così che ti sembra davvero impossibile chiudere quella valigia, infilare lo zaino e prendere quell’aereo. Ti sembra così difficile che inizi a boccheggiare, a percepire il vuoto intorno. Hai la sensazione di cadere, e non riesci a vederla quella fine.
Ma poi, la sveglia suona, prendi coraggio e parti. E le pietre diventano passi, l’aria leggera, non senti più il vuoto. Senti che ce la puoi fare. Sei viva, e andrà davvero tutto bene. Supererai anche questa, e non sarai sola. Non lo sei mai stata. E lo devi un po’ a te stessa e un po’ a quella persona che ti ha stravolto la quotidianità, aspettandoti, e quando l’attesa sarà troppa, accorcerà la distanza che vi separa. Ed è così che affronti le tue sfide, con l’adrenalina a mille, ma mai così sola come pensi.


Mi ricordo 4 anni fa, quando lasciai casa per la prima volta per così tanto tempo. Fuori pioveva, faceva freddo e sarei finita in un paese ancora più freddo, ancora più grigio. La seconda volta invece, mi sentivo solo molto sola, ma in cuor mio sapevo quanto fosse necessario quel taglio netto con la mia città. Questa volta è diverso. Ho un po’ imparato a gestirla meglio. I saluti sono stati più dei ciao piuttosto che dei goodbye. Sono partita per l’ennesimo test a cui  sottopormi, che in fin dei conti so che supererò. 15 settimane lontana da casa, lontana da te, 15 settimane di crescita, 15 settimane di cambiamenti; e poi i miei piedi, instancabili, torneranno dove potranno finalmente riposarsi per un po’. Sempre frenetici, ma un po’ più leggeri.

Tutto scorre inevitabilmente senza di te

Dicono che chi parte è quello che soffre meno. Destinato a cambiar vita, reinventandosi e rimettendosi in gioco, e che non abbia tempo di voltarsi indietro. Io penso che questa sia la migliore tra le ipotesi.

Chi parte ha quasi sempre paura. C’è anche la frenesia certo, di scoprire cos’ha in serbo per lui quel nuovo luogo. Ma spesso ha paura, una paura che  scorre sempre più densa e nera nelle tue vene, arrivando prima al cervello e poi al cuore, rendendolo pesante, soffocante e duro. Quando decidi di salire su quel treno lasciandoti dietro la certezza di quello che hai, non lo fai a cuor leggero. Ci sono volte in cui sono partita con la consapevolezza che avevo trovato la mia via di fuga, e ce ne sono state altre in cui dentro a quelle valigie c’erano macigni, non vestiti. E sai benissimo che una volta oltrepassata quella linea gialla di quel binario, ancora una volta, tutto andrà avanti senza di te. E tu non ci sarai ad assistere a quei cambiamenti. Minuscoli e impercettibili ma che raccontano storie, di cui tu inevitabilmente non ne farai parte. Di cosa hai paura? Qui è sempre tutto uguale. Ma la verità è che ho una paura smisurata di perdermi momenti banali ma felici, una festa di compleanno, una serata senza senso ma con più cose da raccontare che mai. La tua amica che inaugura casa, una rimpatriata tra vecchie glorie, un evento nel posto che ti piace tanto. E non c’eri neanche quando la tua amica è stata lasciata, o quando un’altra ha incontrato una nuova fiamma. Non ci sei neanche per quella mostra che tanto avresti voluto vedere. E tutto scorre inevitabilmente intorno a te, sopra di te, senza toccarti mai.

E poi più di tutto ho paura di dimenticarmi il colore dei tuoi occhi, del tuo sorriso, del tuo sguardo. Ho paura di dimenticarmi dei tuoi baci al gusto alcol e sigaretta che tanto mi fanno impazzire. Ho paura di non riuscire a ricordarmi che effetto mi fanno le tue braccia intorno al mio corpo. Ho paura della tua assenza, che è così stridula da farmi perdere il sonno.
Ho paura che al mio ritorno tu possa guardarmi strana come se non fossi io, come se ti dovessi riabituare a me, come se, in fin dei conti, sei andata via tu e gli altri si sono dovuti adattare, giostrandosi tra una routine dove tu non ne fai parte.
E forse sei  più confusa di tutti. Vivi in un’altra città che per sentirla tua ci hai impiegato tanto, ma in che fin dei conti non sarà mai come casa. Ma poi, al rientro nel tuo nido, ti accorgi che tutto è diverso. Persino casa tua. Quando ti siedi al tuo posto ma è stato apparecchiato per un altro, dove le tue cose in camera sono state spostate per mettere nuova roba non tua. E ti serve tempo per acquisire di nuovo il diritto di far parte della tua città, delle persone, di casa. Tutto quel tempo investito a ristabilire un ordine di cui sei dipendente. E quando finalmente è tutto al suo posto, tu sei costretto a partire di nuovo. Lasciando ancora una volta la felicità più intima dietro le tue spalle, ormai stanche di voltarsi di nuovo.

La mia ombra, la mia luce.

Sto traslocando e ho la gola secca. Sapevo che Padova sarebbe stata una tappa a tempo determinato, sapevo che sarebbe finita più prima che poi. Ed ero contenta: l’ho odiata così tanto. Una città che avrebbe dovuto ospitarmi solo il tempo di studiare, che più di tanto non avrebbe fatto parte della mia quotidianità. Me lo avevi promesso, mi avevi detto che sarebbe stata solo di passaggio. E invece, senza che fossi pronta, senza che lo volessi davvero, Padova ha creato un’altra me, un’altra vita, un altro percorso, altre radici. Sono stati creati legami di una profondità viscerante, ho scoperto qualcosa di me che non avrei mai scoperto a Genova. Ho capito che il sole fa sempre luce anche quando, pigro, si nasconde dietro le nuvole. Ho imparato che crollare in frantumi non ti dà altro che la possibilità di costruire in modo più attento e forte. Ho capito che ho ancora tanti limiti da superare e che altri li devo rispettare. Ho imparato che non devo per forza reggere, e che a volte posso concedermi il lusso di essere retta. Ho imparato a ricominciare da me anche quando non avevo idea da dove ripartire. Ho toccato una fragilità che non pensavo di avere, e l’ho scheggiata e incollata così tante volte che non credo neanche stiano più insieme quei pezzi. E ora che sto smontando le mie cose, i miei quadri, le mie foto, i miei post it. Ora che sto svuotando la mia stanza, mi chiedo se rimarrà qualcosa di me in questa città, la stessa sensazione di addio, di separazione e vuoto che io provo nel vedere lontana questa città, lasciata alle mie spalle. Mi chiedo se sarà lo stesso svegliarmi senza le lampadine del bagno bruciate, la vista che ricorda Pripyat dell’84, le scale, la cucina sgangherata, la lavagna con più disegni che appunti utili. Il materasso duro, le coperte calde, gli spifferi odiosi, lo specchio inutile in camera mia, il terrazzo. La gola è secca e il cuore è pesante. Perché Padova, questa casa, e le persone incontrate, più di tutto, mi hanno fatta rialzare, ancora una volta, togliendomi da quell’angolo dove non riuscivo più ad incassare colpi, non riuscivo più a difendermi, dove ancora un altro pugno e forse sarei andata ko. Mi sento pesante, esattamente come quando sono arrivata. Ma in modo diverso, consapevole che davanti a me ci sono così tanti cambiamenti che devo imparare ad utilizzare gli strumenti acquisiti in questo tempo che mi è stato concesso.

Si dice che l’inverno, ghiacciando i rami, dà spazio alle nuove primule che sbocceranno in primavera. E le foto dei professionisti immortalano questo processo in un modo quasi romantico, bellissimo; ma nessuno si chiede che fine abbiano fatto le primule vecchie, quelle che sono riuscite a resistere a tutte le intemperie dell’anno passato, attaccate con forza al loro rametto. E lo so che il mio inverno sta finendo e presto ci saranno altre primule sul mio ramo, ma io quel fiore me lo voglio tenere stretto. Quel germoglio di un colore timido, ma che anche alla fine dei suoi giorni fa più luce degli altri, io quel fiore non lo scorderò mai.

Mi hai tolto tanto, mi hai dato tutto e per questo te ne sarò eternamente riconoscente.

L’uomo non ha radici, ha piedi.

Questa è una delle espressioni che più condivido ma che allo stesso tempo percepisco come contraddittoria con il mio essere. Mi trovavo a Schio, in provincia di Vicenza con una mia carissima amica, Sara. Avevamo deciso di andare a fare del trekking su per quelle montagne da lei tanto amate. Stavamo chiacchierando del futuro, delle aspettative, di tutto, come facciamo spesso. Si parlava della voglia di fare, di trovare il proprio posto, la propria dimensione. Ma si sa già, Genova è e sarà sempre il mio posto. Così cercavo disperatamente di capire come conciliare Genova con il mondo. Lei mi guardò sorridendo in modo fraterno, con quel suo sorriso infinito di cui sono tanto dipendente e mi disse “Giulia l’uomo non ha radici, non è fatto per stare fermo. Ha piedi e con quelli va ovunque anche se non sa ancora dove o come. Siamo nati per andare e poi tornare, ma sempre in movimento”. Nulla di più vero mi dissi. E ho realizzato che passo tanto di quel tempo a pensare di dover a tutti i costi trovare il mio angolo sicuro in quella città così stretta, che spesso mi dimentico che io ho i piedi. E sono frenetici, vogliosi di arrivare, di calpestare suoli mai toccati prima. E di tornare, di rimettersi sui propri passi, riposizionare le proprie scarpe in quelle orme già segnate all’andata. Ed è con questa consapevolezza che dopo un weekend a Londra davvero frenetico, mi sono resa conto che i miei piedi mi porteranno lontano, mi porteranno a conoscere nuovi posti, a vivere nuove vite a rincontrare amici sparsi in giro in ogni dove. Perché è questo che è successo. Scegliere una città e trovarsi di nuovo, riunite anche solo per 24h intense, come se il tempo non fosse mai andato avanti, per poi raggiungere Milano e vedere una vecchia amica in metro fino alla fermata del pullman. Due chiacchiere, due abbracci sentiti e la promessa di rivedersi ancora. E solo adesso mi rendo davvero conto di quanto sia grata di avere piedi leggeri che continuano a portarmi lontana, da persone care, da compagni di vita. Di permettermi di cogliere nuove opportunità, di apprezzare quello che ho già, e quello che potrei avere, di arrivare dove altri hanno paura, dove io stessa ce l’ho. E sono grata a loro perché so, che nonostante tutto, mi riporteranno alle mie radici. Sempre.

Ci sono radici e ci sono rami.

A Genova ci sono le mie radici.
Sono incastrate sotto il cemento, che si fanno spazio ingombranti e vecchie. Ben salde ad un terreno attraversato da carrugi stretti, e corrose dal sale. Ci sono le mura, dentro le quali sono custoditi i tuoi desideri più intimi, un taglio di capelli venuto male, i primi baci, le prime sbronze con gli amici. Ci sono colline, dove vedi tramontare il sole con colori indescrivibili. Ci sono i ristoranti preferiti dove conosci i menù a memoria. C’è la lanterna che ti fa luce nelle notti più buie. Ci sono i vicoli dove nonostante tu ci sia nata, e cresciuta ancora fatichi ad orientarti. Ci sono gli amici di sempre, quelli a cui non devi più spiegare nulla, perché sanno già tutto. C’è la famiglia, e c’è la tua stanza. Il trampolino di lancio verso la vita. Quella stessa stanza che ti ha sentito gridare a pieni e brucianti polmoni e poi visto fare l’amore a cuore aperto. Quella che ti ha visto partire per poi tornare. Ci sono foto e ci sono quadri. Ci sono i tuoi diari dove sono custoditi i progetti più grandi e i sogni irrealizzati. Ci sono i libri che ti hanno cambiato la vita, e ti hanno cullata nei momenti di solitudine. C’è il mare, che ti fa sentire viva ogni volta che poggi il tuo sguardo tra le sue onde. Ci sono i km che, per così tanti anni, hai percorso. A volte in lacrime, a volte delusa, spesso spensierata. E c’è la sensazione che tutto questo ti stia stretto. Ma è quando passano i giorni, i mesi e gli anni lontano da qui realizzi che, a stare così stretti si riesce a sentire solo più calore.

E poi ci sono i rami, posti che ti rimangono dentro diventando, alla fine dei conti, un prolungamento della tua anima. Padova è il mio primo ramo. Tutto lì è diverso. Ci sono piazze larghe, ci sono strade piatte, non c’è il mare, e neanche le montagne. Ci sono più lacrime amare, c’è la nostalgia di casa, del tuo nido caldo. Ci sono i treni, i flixbus in ritardo, corse contro il tempo per non perdere i cambi. Ci sono valigie sempre pronte e mai disfatte. C’è la bicicletta, compagna di avventure. C’è il bar, l’unico di fiducia. Non ci sono ristoranti preferiti. Ci sono le biblioteche dove passi tanto di quel tempo che perdi intere giornate circondata da luci artificiali. Ci sono le feste in casa e le corse all’università. Ci sono i nuovi amici, che quasi ti sembra di conoscere da sempre, che diventano la tua nuova e sgangherata famiglia. Con cui ti scambi le medicine, e passano a comprarti il minestrone se stai male. Ci sono i progetti di una ragazza diventata ormai donna, e c’è la speranza che i tuoi sforzi vengano riconosciuti. C’è la voglia di lottare, ci sono le vecchie canzoni e ci sono nuovi libri, nuove foto. E le senti crescere dentro all’anima quelle foglie attaccate ben salde al tuo rametto. Foglie che nonostante tutto hanno superato la solitudine dell’inverno e una primavera troppo fredda. Sempre più verdi. Ancora attaccate. E durante una banale domenica mattina di novembre, ti accorgi che la tovaglia che hai scelto per il tavolo della tua cucina, il rumore della moka che ti avvisa che il caffè è salito, e quelle due lampadine bruciate da tempo nel bagno, sanno di casa tua.