It was not enough

I met you during my first experience abroad. We were in Denmark, Aarhus. I’ve just told you about my Erasmus there and about Zamora. I don’t know how to explain my connection with her. She represented my Erasmus, actually. She is older than me and her English is perfect, instead of mine. I still wondering how we communicated during those days. But we did. We created one of the best friendship that I have, and I can call her sister for many reasons. One of these is that during our experience far from home, we support each other all the time. We were both, in a relation and we spent a lot of time to speak about that. But we had more. We had the worst hangover in one of the most disgusting pub, we had our Sunday date at the McDonald’s for the “mcflurry day“, we lived for one month in the same dorm, and we had many dinners, lunches and breakfasts together. We had our amazing time but after six months, when everything ended, for us, it was not enough. Indeed, after six months from the end of Denmark’s chapter, we decided to meet us again, and Prague was the destination. Everything was changed in our life but not our relation. I can still remember the moment that I saw her at the airport. I felt like a child: excited and uncontrollable. But it was not enough. Six months later we tried again to organize a trip somewhere, but we realize that it was summer and I’m Italian, so why not in my place? You met all my family, you visited my favourite places, we made many “aperitivi”, white wine, sunset and we admired the sea. And I comprehended that when we said “it’s not a goodbye” we made a promise, and we were respecting it. We spent one year without seeing each other, and as always things in our life changed again, but we continue to have a strong connection; in March we graduated in the same week in two different countries. In the same summer I visited you in Amsterdam only for a few days, just the time to update you about my life, and you too, share some cocktails, lunch and then another “goodbye, see you again“. And it was true, we knew it. I moved to Padua and you came again in Italy to spend one more time together. And after 4 years it’s really crazy our connection. There are some periods where we text a lot, we send pics or vocal messages (really long actually), we know everything about each other, we share all the possible things we do. I don’t know how we are able to do this. Everything about us is different but we work so well together. We are connected strongly, as you were an Italian friend. No borders, no languages, no nationalities have ever separated us. And maybe this is the really power of friendship. I’m waiting to see together again, sis. Because for me it will never be enough.

Tu superi ogni distanza.

A distanza è tutto più difficile, figurarsi durante un’emergenza globale. Non so perché ho sempre avuto questo dono innato di conoscere alcune persone prima di una mia partenza, non l’ho mai compreso. Questa volta però mi sono superata. Eravamo già partiti male, dopo una settimana dalla nostra conoscenza ero già ritornata a Padova, dove sto terminando i miei studi. E così tutto è iniziato: 400km di distanza come prima tappa. Mi ricordo quanto fosse difficile partire ogni volta, non ti abitui mai, neanche dopo un bel po’ di tempo. Io ho sempre odiato i saluti, quella sensazione di pesantezza che ti avvolge, lentamente. La senti partire dalla zona lombare e salire su per la spina dorsale che senti spezzarsi, allo stomaco che senti vuoto, privato di ogni organo. Ai polmoni che faticano a muoversi con tutto quel peso, neanche ne parlo del cuore, che non so dopo tutto, come faccia a battere con così tanto vigore. Ma il peggio è quando ti arriva alla testa, ti annebbia la vista, ti lascia quel gusto disgustoso e amaro in bocca. E il cervello smette di funzionare razionalmente. E tu lo sai che non stai partendo per la guerra, che non ci sarà nessuna trincea ad aspettarti, eppure in quella valigia ti sembra di avere del piombo.

La prima settimana di solito è la più tosta, dopo due giorni ti sembrano passati mesi. Io però ho sempre sofferto il weekend. Perché in cuor tuo sai benissimo che il tuo posto non è da nessun’altra parte se non con lui, in quel vostro nido, che diventa così intimo soprattutto nei weekend. Sarò banale, ma dormire insieme è il momento più sacro per una coppia. Ti abbandoni, totalmente e incondizionatamente, tra le sue braccia. Tra un intreccio di corpi scomodi, ma estremamente perfetto. E sei indifesa, le tue armi sono scariche, la tua armatura sulla sedia, niente ti può difendere, ma tu scegli comunque di fidarti. E così al tuo risveglio ti accorgi che non dormivi così serena da tanto tempo, che le coperte sono ancora in ordine e non sul pavimento, che sei riposata e compiaciuta. Bé in realtà nel mio caso, ho occupato tutto il letto, l’ho spinto fino al bordo e avrò cambiato almeno cinque o sei posizioni. Ma la cosa che più mi fa sentire a casa è quando io, dopo aver dormito quattro ore, lo sveglio con fin troppa euforia per essere una domenica mattina. “Dormi è ancora presto” mi sento dire e un secondo dopo sento le sue braccia stringermi al suo petto, un po’ per necessità, un po’ forse per timore che mi alzi dal nostro nido, che per noi significa non tornarci per un po’.
La seconda settimana inizia a pesare meno, inizi ad abituarti alla sua assenza, certo lo senti per messaggio, a volte ci scappa una chiamata, quando ti va di lusso persino una videochiamata. Sì perché a distanza devi organizzare tutto: i suoi tempi, e i tuoi, gli imprevisti, il telefono sempre carico, perché sai fin troppo bene che se perdi quell’occasione sarà un’utopia averne una seconda durante la giornata. Ma il difficile arriva quando devi prenotare treni, calcolare coincidenze, capire se hai abbastanza soldi per prendere un biglietto aereo. Mica è così facile per uno studente fuorisede far tornare tutti i calcoli a fine mese. E non lo è neanche per un lavoratore avere le ferie quando tu non sei in sessione, o non hai tutti i giorni lezione.

Comunque i primi sei mesi sono andati bene, mi sembra folle dirlo ma fu un lusso aver passato tre settimane di fila nella stessa città, soprattutto dopo che, spinta da un’altra occasione, mi ritrovo in Spagna per altri quattro mesi, durante una pandemia globale. Questa è sicuramente la parte più stressante. Sono partita il 18 febbraio e tra due giorni ci saremmo dovuti rivedere, se non gli avessero cancellato i voli. Ed è stato come un pugno dritto in faccia o nello stomaco, insomma dove fa più male. Dopo 24 giorni finalmente avrei potuto toccarlo di nuovo, accarezzargli il viso, vederlo sorridere senza avere uno schermo di mezzo. Avrei sentito il suo odore, e risentita la bellissima sensazione delle sua dita tra i miei capelli. Ma invece ti si chiede di stringere ancora i denti. E lo fai, perché in fin dei conti sei abituata, perché non è colpa di nessuno, perché lui vale molto più di una misera resa davanti ad un ostacolo. E allora riparti con i countdown, ma questa volta solo delle settimane perché sembrano di meno rispetto ai giorni, a stamparti sulla faccia un sorriso troppo tirato per essere spontaneo. Ma la verità è che dentro vorresti crollare, e ti ritrovi ad addormentarti con le lacrime agli occhi e a comporre il suo numero di telefono per dirgli “non ce la faccio così“. E iniziano le liti, l’aria è tesa, inizia a mancarti la tua famiglia, i tuoi amici e ovviamente lui. Ma sai che tanto a pasqua tornerai a casa.
Ora, in effetti, io non potevo sapere cosa sarebbe successo dopo. Un’intera nazione in quarantena, la mia ovviamente. Fino al 3 di aprile non potrò rientrare a casa, e ovviamente il mio volo era stato comprato per il 2. Cancellato. Per la prima volta nella mia vita ho sentito il panico assalirmi. Mai avrei pensato di urlare che avrei mollato tutto, che io non ce l’avrei fatta a resistere fino a data da destinarsi. Tornerò per le feste? O subito dopo? A fine aprile o i primi di maggio? Quando potrò rivederti? E nel frattempo i giorni passano, le settimane si allungano e sai che alla fine passeranno 46 giorni o anche di più, prima del vostro incontro. E l’unica sensazione che provi è una forte nausea che ti spezza in due. Ma continui a sorridere perché sai che se ti spezzi tu, se ti concedi questo lusso, l’altro ne soffrirà tremendamente. Bisogna essere forti insieme per mantenere una relazione, figurarsi a distanza. E così continui a dirti che presto vi vedrete, che alla fine non è così tanto tempo. Che siete forti abbastanza per superarla e che le chiamate aumenteranno, anche l’affetto aumenta in questi casi. Ti sembra stupido all’inizio dire certe cose un po’ “smielate“, ma dopo così tanto tempo lontani, ti sembra stupido non dirle. E hai bisogno di fargli sapere quello che provi, che in fin dei conti sei sempre bella anche in pigiama, e ci credi anche quando te lo dice. E vuoi fargli sapere che adori ogni sua imperfezione perché ti manca estremamente. Perché è di quello che ti sei innamorata, dei suoi difetti e dei suoi opposti.

Per esempio a me non piace la carne al sangue mentre lui ne va pazzo. Pochi giorni fa stavo camminando e avvicinandomi a una “carniceria” mi sono venuti gli occhi lucidi, perché in quel momento gli avrei comprato 20kg di carne solo per poterci sedere al tavolo e battibeccare sulla sua cottura.
E ci sono dei giorni in cui vorresti mollare tutto e tutti, perché stare insieme a qualcuno, dedicarsi a lui, significa scoprire quella tua parte tanto delicata, che hai custodito con tutte le tue forze, ormai già piena di crepe. Ma la verità è che sai perfettamente che quella parte di te così delicata e profonda, in realtà è sempre stata sua. E così non hai scelta che ricomporti, tirare fuori quell’armatura che avevi deposto e riaprire le danze. Anche se non sai quando, tu ogni sera vai a dormire con la speranza che le distanze si possano accorciare presto, ogni mattina ti alzi con l’ansia di avere una data. Va tutto bene, ce la faremo. Ripeti più a te stessa che a lui. Imparerò a prendermi cura di te, di noi, anche a 1429km di distanza. E non vedi l’ora di riuscire a rubare ancora un po’ di tempo, quel tempo infame che è sempre mancato. Ci vediamo presto amore mio, oggi meno di ieri.

Fermati e osserva.

Viaggiare da soli non è così male. Impari tanto da te stesso. Impari soprattutto che ti piace fare un sacco di cose che non facevi da tempo. Non fa paura viaggiare da soli, sì certo alla lunga stanca. Credo che l’uomo sia sempre in cerca di un confronto e del suo branco, anche se passeggero, ma che in fin dei conti ti fa sentire parte di un qualcosa. Ma quando sei sola, il viaggio diventa più grande. Impari a goderti ogni minuto che hai a disposizione, a visitare quelle cattedrali gotiche che ti hanno sempre affascinato, ma che per la maggior parte sono noiose. Impari a perderti nelle città, e a scoprire zone che con un planning ben definito, non troveresti mai. Impari a goderti un caffè al bar, a scambiare due parole con le persone del posto. Impari a portarti un libro dietro e a goderti il silenzio nella calma di un luogo nuovo. Ma soprattutto impari ad osservare. E ti accorgi che i ciliegi hanno iniziato a fiorire nonostante faccia ancora freddo, che alcuni nomi delle strade sono davvero buffi, e che dove non c’è gente di solito ci sono viste mozzafiato. E poi d’un tratto ti accorgi che hai camminato per 20 km, e che poi non si sta così male con se stessi. E che ogni tanto fa bene farlo, dico mollare tutto e fare quello che ti piace, senza doverlo giustificare a nessuno, senza accordi, senza compromessi. Viaggiare da soli non fa paura, siamo noi che ci facciamo tremendamente paura. Paura di non conoscerci abbastanza, paura dei nostri pensieri, dei nostri desideri. Quando invece, se una cosa la sto imparando, è che fermarsi e ascoltarsi, è la forma di indipendenza più grande che ci sia. Non si può correre sempre verso nuove mete, bisogna avere il coraggio di fermarsi e godersi il proprio tempo. Ecco cosa significa viaggiare da soli.

Prossima fermata: Valladolid

È arrivato il momento. Quell’esatto momento in cui ripieghi i vestiti e li infili in modo innaturale dentro a quelle valigie sempre troppo piccole per tutto quello che hai. Pensi a come potrà stare tutto: calcoli stagioni, gradi, precipitazioni, perché lo sai benissimo che il cambio armadio non sarà una motivazione valida e sufficiente per tornare. E così inizi a mettere sottovuoto tutto quanto: vestiti, ricordi, pensieri, paure e ansia; aspiri tutto con l’aspirapolvere e li sigilli dentro una valigia che non dovrà superare i 20kg. Impacchetti tutte le tue cose, come sei abituata a fare, e ti rendi conto di quanto alla fine niente sia così importante da portare con te tranne che delle foto usurate, la tua tazza preferita, un buon libro, la dichiarazione dei diritti dell’uomo, una sua maglia, una lettera e i tuoi post it. Tutto quello che ti serve per sentirti a casa a migliaia di km di distanza.
E io l’ho capito solo ora cos’è che davvero fa male prima di una partenza. Non è la paura di perdere persone: sono anni che sono abituati a vedermi partire, anni che subiamo i cambiamenti della vita, anni che, nonostante tutto, non abbiamo mai perso la voglia di stare insieme. Non è neanche la paura del cambiamento, sì quella c’è, è reale. Ma in fin dei conti quante volte ci siamo già trovati a questo punto? Quante volte ce l’abbiamo fatta? Può fare paura, ma gli strumenti ci sono e sappiamo come usarli. La vera tortura lenta e costante, è l’attesa.
Ogni giorno ti svegli con meno ore a disposizione, che separano te dall’imminente partenza. Ogni ora in meno che hai ti sembrano pietre che cadono sui tuoi piedi, pesanti e appuntite. Senti le gambe gonfie e la schiena rigida. Ogni abbraccio, ogni bacio, ogni “ci vediamo presto, andrà tutto bene”, rendono tutto più difficile, più spaventoso. Ed è così che ti sembra davvero impossibile chiudere quella valigia, infilare lo zaino e prendere quell’aereo. Ti sembra così difficile che inizi a boccheggiare, a percepire il vuoto intorno. Hai la sensazione di cadere, e non riesci a vederla quella fine.
Ma poi, la sveglia suona, prendi coraggio e parti. E le pietre diventano passi, l’aria leggera, non senti più il vuoto. Senti che ce la puoi fare. Sei viva, e andrà davvero tutto bene. Supererai anche questa, e non sarai sola. Non lo sei mai stata. E lo devi un po’ a te stessa e un po’ a quella persona che ti ha stravolto la quotidianità, aspettandoti, e quando l’attesa sarà troppa, accorcerà la distanza che vi separa. Ed è così che affronti le tue sfide, con l’adrenalina a mille, ma mai così sola come pensi.


Mi ricordo 4 anni fa, quando lasciai casa per la prima volta per così tanto tempo. Fuori pioveva, faceva freddo e sarei finita in un paese ancora più freddo, ancora più grigio. La seconda volta invece, mi sentivo solo molto sola, ma in cuor mio sapevo quanto fosse necessario quel taglio netto con la mia città. Questa volta è diverso. Ho un po’ imparato a gestirla meglio. I saluti sono stati più dei ciao piuttosto che dei goodbye. Sono partita per l’ennesimo test a cui  sottopormi, che in fin dei conti so che supererò. 15 settimane lontana da casa, lontana da te, 15 settimane di crescita, 15 settimane di cambiamenti; e poi i miei piedi, instancabili, torneranno dove potranno finalmente riposarsi per un po’. Sempre frenetici, ma un po’ più leggeri.

I freddi vichinghi sciolgono il cuore di un’italiana

Scelsi di aderire al progetto Erasmus+ anche se non mi interessava molto il pacchetto per come veniva presentato da altri studenti, e per questo motivo, mossa dai soliti stereotipi, scelsi come destinazione la Danimarca e più specificamente Aarhus. All’inizio era tutto come ci si aspetta da un paese del nord: freddo e piuttosto buio. Durante i primi mesi del soggiorno, l’Italia mi mancava da morire: mi mancava la famiglia, il cibo, il clima e la socievolezza che solo gli italiani sono in grado di dare. Mi stavo pentendo della scelta fatta, rimpiangendo la solita opzione Spagna, Francia e Germania che ogni studente Erasmus che si rispetti sceglie.  Ma da lì a pochi mesi mi sarei resa conto dell’importante viaggio formativo che stavo intraprendendo, e il segno indelebile che questo paese mi avrebbe lasciato. La Danimarca è infatti, una nazione da capire, scoprire e apprezzare nei suoi paesaggi, nei suoi boschi fitti, e in quell’indipendenza che acquisisci non appena varchi il suo confine. Le strade sono sicure, familiari e ti accolgono come parte integrante della città. Non dimenticherò mai quella sensazione che mi accompagnava quando alla sera uscivo per una corsa senza cellulare e senza documenti. Alloggiavo a Brabrand Nord, un quartiere nella periferia di Aarhus, ma nonostante tutto mi godevo i tramonti da una panchina in mezzo ad un parchetto desolato, senza nessun genere di timore, e stavo lì, seduta e senza pensieri. Come dicevo prima, il mio è stato un Erasmus formativo: le università danesi sono meravigliose, le strutture e i comfort che offrono non passano inosservate. Hai tutto quello che serve, dalla biblioteca, alla mensa, a spazi dedicati allo sport, ma anche stanze dotate di divanetti e tendine, per concentrarsi sullo studio, o per noi provenienti dai paesi del sud, per il “riposino” pomeridiano. Università che ti fanno venire la voglia di prendere tutte le mattine l’autobus per 40 minuti, e con una temperatura da film Prigionieri nel ghiaccio, attraversare tutto il centro città per ritrovarsi semplicemente in queste splendide palazzine. Ma ciò che ha reso speciale la mia esperienza, sono state le persone che hanno accompagnato ogni singola giornata dei miei cinque mesi passati lontano da casa. In particolare Zamora, la mia coinquilina olandese, con cui ho stretto un legame così forte che ha spazzato via ogni limite, come la lingua differente. E tale legame è nato solo grazie alla fortuna di aver scelto entrambe la stessa destinazione, la Danimarca. Ad oggi ci sentiamo ancora, rendendoci partecipi delle nostre vite così distanti, e dopo tre anni dal nostro arrivederci, è fantastico vedere come la nostra intesa non sia cambiata di una virgola. Posso dire che una parte di me è rimasta lì, tra quei canali, quei tramonti e quei boschi così fitti da creare emozionanti giochi di luce. Aarhus non sarà mai la mia città, ma posso dire che la Danimarca è stata come la suoneria della sveglia, difficile da accettare, ma una volta in piedi, ti rendi conto della bellezza che hai intorno. E ringrazi te stesso per aver accettato la sfida di scendere da quel letto così caldo e avvolgente per ventate di aria fredda, ma che in fin dei conti, ti faranno sentire davvero viva.