Parole tra amanti

Ci sono parole che non riesco a dire per paura di infrangerle, di infrangermi, di infrangerti. So che ti arrivo, tra questi fogli un po’ impacciati, con una scrittura poco elegante, so che tu riesci a sentirmi. E allora fallo. Sentimi, toccami, accarezzami. Ti racconto di me, di te, di noi. Ti racconto di quello che succede dentro di me, quando le tue dita toccano la mia pelle. Quando i tuoi occhi si incatenano ai miei, di quando il tuo respiro riempie i miei polmoni. Non c’è niente di facile. Le mie scelte non lo sono. Le tue scelte tanto meno. Tu giri a destra, io a sinistra. Io adoro la luce e a te dà fastidio. Eppure, nessuno scappa. Nessuno si muove. Nessuno indietreggia. Eppure tu mi guardi e io, non respiro più.

Adoro ogni parola che non dici. Adoro quando mi guardi urlandomi contro senza emettere un suono. Adoro quando mi passi le tue angosce durante la notte. Impazzisco quando sento il tuo sguardo attraversare le teste degli altri per piantarsi nelle mie iridi. Come se fossi la cosa più preziosa, ma sconosciuta che tu abbia mai avuto tra le mani. Adoro quando mi chiedi scusa. Adoro quando ragioni su quello che dico omettendo che, alla fine dei conti, non era una brutta idea. Adoro quando ridi. Adoro quando mi fai ridere. Adoro quando ti esaspero. Adoro quando nascondi il viso tra i miei capelli, dietro la mia schiena. Adoro quando mi rispondi in modo selvatico, per poi darmi un bacio, chiedendomi pazienza e ancora dolcezza.

Ma non siamo facili. Io sono veloce, futura, come un uragano, a volte passo distruggendo quello che trovo. Non controllo niente di quello che provo. Ti voglio sempre intorno non badando a dove siamo, con chi, cosa vuoi tu. Che non cerco di salvare nessuno, ma per mia natura sono abituata a condividere ciò che è difficile da sopportare da soli. Sono abituata a farti sentire che c’è un noi, e che su quel noi si può contare sempre. Non sono facile neanch’io comunque. Che so darti così tanto, senza poterti dare la quotidianità. So che la cerchi, so che la vuoi. E non siamo facili per via dei nostri mondi un po’ diversi e costretti inevitabilmente alla collisione. E che ci sono pezzi di puzzle così difficili da combaciare. Non ti so dire quando né come, non ti so dire con che modalità, ma lo troviamo il modo di restare uno di fianco all’altro. E non è facile accettarsi, lo so bene. Non è facile non giudicarsi, starsi dietro senza spaventarsi. Non è facile. Ma come te lo spiego che quando sono nuda davanti a te il cuore mi va in gola. Che tra le tue braccia io mi sento protetta, che le tue mani si intrecciano così bene con le mie. Come te lo spiego che mi sei entrato dentro, così tanto in profondità in così poco tempo da perdere il controllo. Come te lo spiego che le tue paura, i tuoi vizi, i tuoi sbalzi d’umore anche se, a volte mi spaventano, non mi destabilizzano. Come me lo spiego che sei l’ingranaggio meglio incastrato con la profondità del mio essere. Come me lo spiego che non so più niente, ma con te è tutto più chiaro. Come te lo spiego che pur essendomi saputa sempre, mai mi sono potuta riconoscere così.

Ma posso spiegarti come non ti lascerò andare anche quando le cose saranno difficili. Anche quando non capirò, anche quando avrò paura. Non ti lascerò andare. Perché tu vali la pena di essere toccato nelle corde più profonde della tua anima. E fai bene ad aver paura. Facciamo bene a temerci, perché dagli abissi non si torna più in superficie. Ti voglio nella mia vita con così tanta intensità, che non farò neanche un passo indietro. Diamoci la possibilità di essere complici in tutto quello che facciamo, di trovare il nostro equilibrio, diamoci la possibilità di camminare insieme, di costruire, di desiderare, di crollare, di sostenere, di guardare, di provare. Datti la possibilità di fidarti, di dividere quei pesanti fardelli con me, di sentirti protetto dalle mie attenzioni. Dalla mia delicatezza. Dalle mie paure, dalle insicurezze. Prenditi cura di me. Scegli me. Non sarà facile. Farà male. Ma sarà bellissimo. Ti ho detto tutto. E ora guardami, e parlami in silenzio. Accarezzami, non serve altro. Ma non smettere. 

Ci vuole tempo per naufragare.

Che cosa c’è dopo?
Dopo quando?
Forse domani, o tra cinque anni, magari tra un mese.
Non lo so quando, non conosco il dopo.

È strano non avere progetti o rendersi conto che non sei tu il padrone del tuo imminente futuro. Non sei tu, perché non dipende da te. Per due mesi, ogni giorno mi svegliavo alla stessa ora, per fare le stesse cose e nello stesso modo. Per due mesi mi sono fermata, ibernata e atrofizzata. Era un desiderio in realtà, quello di fermarsi, ne sentivo l’esigenza da un po’ di tempo ormai. Penso dovesse essere più graduale, il tempo dico. Per apprezzare di più le ore che potevi dedicare alla stabilità delle cose, delle persone, della terra. Ma forse è stato giusto così, in fin dei conti le opportunità non bussano mai alla porta, passano dalla finestra e arrivano sempre in forme inaspettate.
Ingenuamente pensavo che mi bastasse più tempo per capire, ma non è mai così. Quando ti trovi dentro alla situazione in cui vorresti essere, si ribalta tutto, ancora più confuso di quanto non lo sia mai stato. Perché la verità è che non siamo mai pronti ai cambiamenti radicali, non siamo mai pronti a rimetterci in gioco un’altra volta. E così ti trovi ad attraversare l’oceano senza sapere quale possa essere davvero la tua meta.
Volevi solo navigare, scoprire nuove terre, scappare, ritrovarti o tornare?
Cos’è che vuoi davvero? Non lo so.

Non sai molto di quello di cui hai bisogno, che può renderti davvero felice, che ti dia equilibrio. E non puoi fare altro che navigare, seguire il vento, a volte contrastarlo e spesso essere dirottato verso un ignoto ancora più sconosciuto. Non so quanto tempo ci voglia per riuscire a capire la direzione giusta da prendere, ma so che adesso ci vuole un tempo immisurabile per ritrovare equilibrio, per perdere di vista quelli che definivi gli obiettivi principali, per volere quello che non vuoi, per lasciar perdere quello che volevi. Ti lascerai trasportare dalla corrente fino a smarrirti totalmente, e solo quando il tuo equilibrio sarà abbastanza forte da non naufragare, avrai capito dove puntare la tua bussola.

Sei il mio tempo.

Non c’è ricordo che non mi leghi a te. Eravamo semplici, lo siamo sempre state, ci piaceva immaginare. Quanta immaginazione ha accompagnato la nostra crescita. Mi ricordo quando andavamo al mare e la cosa più importante era la scelta dello scoglio più ampio, solo così potevamo creare la nostra casa. Potevamo vedere la sala, la stanza da letto, la cucina e anche il bagno. Avevamo un sacco di amici: il materassino, la canoa e le ciambelle, tutti loro avevano un nome, e c’eravamo estremamente affezionate. Persino i pesci erano nostri amici, anche se poi dovevamo liberarli. Mi ricordo le storie che scrivevo. E tu, bé tu eri la mia unica lettrice, e sognavamo un mondo pieno di magia. Poi c’erano gli alberi. Grossi alberi a cui raccontavamo i nostri segreti, sicure che non ci avrebbero mai tradite, e che in qualche modo ci avrebbero tenuto legate per sempre attraverso le radici. Le stesse radici che presto sarebbero diventate nostre. Mi ricordo la campagna dove sognavamo di diventare fioraie o le cuoche facendo il sugo con i mattoni rossi. Mi ricordo dei nostri progetti pressoché irrealizzabili, e mi ricordo ogni danno commesso e ogni soluzione data. Mi ricordo ogni volta che ci siamo asciugate le lacrime, tutte le volte che abbiamo risposto al telefono perché, non importava quale fosse il problema o la gioia da condividere, l’importante era farlo con te. Mi ricordo quando una volta proclamata dottoressa, il primo sorriso in cui mi sono tuffata era il tuo. E mi ricordo la tua discussione, che ho ripetuto parola per parola, con te. Mi ricordo ogni tuo arrivo ad ogni mia partenza, e mi ricordo ogni tuo sguardo complice. Mi ricordo quando ci siamo tatuate l’albero del nostro per sempre. E mi ricordo quando ci siamo promesse che saremo in tutti gli alberi, in tutte le radici, il mare e il cielo che incontreremo. Saremo una cosa sola. Te lo ricordi vero? Ucs. Una cosa sola. Ma lo siamo sempre state, nonostante la diversità, mentre tutto crollava intorno, io e te, non abbiamo mai subito crepe.

Quando si parla di anime gemelle, di incastri, di persona giusta, si pensa inevitabilmente ad un ipotetico partner. Ma te lo ricordi quando ci siamo rassegnate al fatto che nessun altro potrà avere un decimo della perfezione che abbiamo noi? Sei tu il mio incastro perfetto, la mia anima gemella, la mia persona. Io e te siamo sempre state magia, e ti ricordi quanto ci credevamo in questa magia? Pensavamo uscisse dalla bacchetta magica, o chissà da quale parte del corpo. E solo più tardi ci siamo rese conto che la magia è sempre stata dentro di noi, tra di noi, la nostra connessione, la nostra complicità. Siamo sempre state magia e lo sarà per sempre.
Ho provato innumerevoli volte a spiegare il mio rapporto con te, a giustificare tutto il tempo che ci dedichiamo h24, 7su7,da 25 anni. Ma cosa avete da dirvi? Niente, tutto.

Non credo che mia madre possa dire di conoscermi nel profondo come te, non credo che anch’io possa dire di conoscermi come mi conosci tu. Perché tu sai essere un’amica, una sorella, un fidanzato, un genitore, una compagna di viaggi, una compagna di università, una consulente lavorativa, contabile, personal trainer, psicologa, insegnante, lettrice, sostenitrice, motivatrice, artista, e molto altro. E per questo, e per mille altri motivi che mai riuscirò a descrivere con le semplici parole che conosco, tu vali tutto il tempo che possiedo.

It was not enough

I met you during my first experience abroad. We were in Denmark, Aarhus. I’ve just told you about my Erasmus there and about Zamora. I don’t know how to explain my connection with her. She represented my Erasmus, actually. She is older than me and her English is perfect, instead of mine. I still wondering how we communicated during those days. But we did. We created one of the best friendship that I have, and I can call her sister for many reasons. One of these is that during our experience far from home, we support each other all the time. We were both, in a relation and we spent a lot of time to speak about that. But we had more. We had the worst hangover in one of the most disgusting pub, we had our Sunday date at the McDonald’s for the “mcflurry day“, we lived for one month in the same dorm, and we had many dinners, lunches and breakfasts together. We had our amazing time but after six months, when everything ended, for us, it was not enough. Indeed, after six months from the end of Denmark’s chapter, we decided to meet us again, and Prague was the destination. Everything was changed in our life but not our relation. I can still remember the moment that I saw her at the airport. I felt like a child: excited and uncontrollable. But it was not enough. Six months later we tried again to organize a trip somewhere, but we realize that it was summer and I’m Italian, so why not in my place? You met all my family, you visited my favourite places, we made many “aperitivi”, white wine, sunset and we admired the sea. And I comprehended that when we said “it’s not a goodbye” we made a promise, and we were respecting it. We spent one year without seeing each other, and as always things in our life changed again, but we continue to have a strong connection; in March we graduated in the same week in two different countries. In the same summer I visited you in Amsterdam only for a few days, just the time to update you about my life, and you too, share some cocktails, lunch and then another “goodbye, see you again“. And it was true, we knew it. I moved to Padua and you came again in Italy to spend one more time together. And after 4 years it’s really crazy our connection. There are some periods where we text a lot, we send pics or vocal messages (really long actually), we know everything about each other, we share all the possible things we do. I don’t know how we are able to do this. Everything about us is different but we work so well together. We are connected strongly, as you were an Italian friend. No borders, no languages, no nationalities have ever separated us. And maybe this is the really power of friendship. I’m waiting to see together again, sis. Because for me it will never be enough.

Forse del buono c’è.

La quarantena fa schifo. Possiamo raccontarcela per giorni, ma la verità è che siamo tutti stanchi. Anch’io proverò a raccontarla a me stessa, solo per trovarci del buono. O per evitare il reparto di psichiatria. Siamo tutti agitati, nervosi, preoccupati, a tratti egoisti, poi un po’ altruisti. A volte cittadini modello, spesso giudicanti. É colpa degli altri, poi un po’ nostra, ma più di tutti, è colpa di quelli che stanno ai vertici. Sventoliamo la bandiera tricolore, ma siamo un popolo di caproni. La verità è che io avevo bisogno di fermarmi. Ci sono riuscita, mi ci voleva una pandemia mondiale. La prossima volta però un po’ meno. Ero in erasmus, ero in Spagna, era tutto organizzato, tutto incastrato perfettamente, e ora sono in Italia, a Genova e non sai più cosa potrai fare tra una settimana, o cosa succederà tra un mese. Ringrazi di stare ancora bene, che la tua famiglia e i tuoi amici siano solo all’orlo dell’esaurimento, ma nulla di più.

Io sto bene a casa. Era da tempo che non passavo intere giornate con i miei genitori, a litigare con i miei fratelli. Era da tempo che non ero partecipe del casino che la nostra famiglia è in grado di produrre h24. Delle battute assurde di mio padre, degli scioperi di mia madre senza una reale motivazione, di mio fratello che tormenta mia sorella, di mia sorella che tormenta mia madre, di mio padre che tormenta me. Non ci possiamo abbracciare perché mio fratello lavora in ospedale, sul divano ci si può stare non più di due alla volta, ci sono i turni per la sdraio in poggiolo, I turni spesa e i turni spazzatura. C’è mia sorella che passa l’amuchina in tutte le maniglie, mio fratello che divide la casa in zone contaminate e non, e mio padre che se ne dimentica. C’è mia madre che con pazienza cerca di tenere a bada quattro cani sciolti, mio padre che aderisce a tutte le catene del web. C’è il bollettino della protezione civile alle 18, c’è il bollettino dell’ospedale dove lavora mio fratello e ci siamo io e papà che da virologi passiamo a diplomatici, politici, e ministri. Ci sono le mie amiche, che come me, come tutti, si annoiano. E ci sentiamo ogni giorno in videochiamata a festeggiare compleanni, a condividere schede della palestra, tutte struccate, in pigiama e a lamentarci che mangiamo come se soffrissimo la fame. Ci sono i gruppi whatsapp, attivi come non lo sono mai stati. Ma che adesso non vengono silenziati perché ti salvano dalla noia. C’è il tuo ragazzo, che non vedi da un mese e che non vedrai per chissà quanto altro tempo. Che ti manca, dio quanto ti manca. Ma c’è, c’era e continua ad esserci. E alla fine a casa si sta bene, ma ti mancano le persone, ti manca toccarle, sentire i loro odori, vedere quelle espressioni che conosci molto bene, ma che un po’ stai dimenticando.
Siamo tutti distanti, nulla di nuovo per me, ci sono abituata. Ma, incredibilmente, non siamo soli. Ci riserviamo attenzioni che davamo come ovvie, ma di cui ne abbiamo ancora bisogno, estremamente bisogno.

Non impareremo niente da questa situazione, non lo facciamo mai. Ma domani, quando tutto questo finirà, quando torneremo a stare insieme per davvero, bé ci accorgeremo di quanto siano speciali i nostri amici, con cui hai superato pure questa. Che a passare da casa e stare con la tua famiglia non è più un peso, ma un privilegio. Che passeremo più tempo con la nonna, che non deve per forza andare tutto di corsa, che a volte dobbiamo goderci per davvero il tempo che abbiamo con alcune persone. Ci accorgeremo, e forse neanche troppo, che è bello leggere, prendersi cura di sé, parlare e confrontarsi, che se anche ci scoccia svegliarci presto la mattina, lavorare ci rende liberi, che studiare in biblioteca non fa poi così schifo, che l’attività sportiva alleggerisce un po’ tutto, e che litigare per cavolate non ha davvero senso. Ci accorgeremo che dormire bene e il giusto ci dà l’energia essenziale anche a 25 anni, e che in fin dei conti, conta solo chi sa restare.
La quarantena fa schifo, ma forse del buono c’è. Forse dovrei raccontarla un po’ meglio sta storia del “forse del buono c’è”, forse non c’è proprio niente di buono. Ma mi piace credere di avere avuto del tempo extra che mai avrei pensato di avere con la mia famiglia. Di aver stretto ancora di più i legami con i miei amici che, chi più chi meno, sono nella mia vita da anni. Di sapere che ogni giorno c’è una persona che si addormenta con il desiderio di vedermi presto, e si sveglia con l’attesa di fare quella chiamata a fine giornata. Mi piace pensare che questa volta riuscirò a preparare tutti gli esami senza ridurmi all’ultimo, ma mi piace pensare che neanche a sto giro ne sarò in grado.
Il covid-19 ci ha privato di tante libertà, ma questa quarenta ci sta dando la possibilità di fermarci un secondo per capire chi siamo, cosa vogliamo e con chi vogliamo stare. E forse, questo, è catalogabile come buono.

Tu superi ogni distanza.

A distanza è tutto più difficile, figurarsi durante un’emergenza globale. Non so perché ho sempre avuto questo dono innato di conoscere alcune persone prima di una mia partenza, non l’ho mai compreso. Questa volta però mi sono superata. Eravamo già partiti male, dopo una settimana dalla nostra conoscenza ero già ritornata a Padova, dove sto terminando i miei studi. E così tutto è iniziato: 400km di distanza come prima tappa. Mi ricordo quanto fosse difficile partire ogni volta, non ti abitui mai, neanche dopo un bel po’ di tempo. Io ho sempre odiato i saluti, quella sensazione di pesantezza che ti avvolge, lentamente. La senti partire dalla zona lombare e salire su per la spina dorsale che senti spezzarsi, allo stomaco che senti vuoto, privato di ogni organo. Ai polmoni che faticano a muoversi con tutto quel peso, neanche ne parlo del cuore, che non so dopo tutto, come faccia a battere con così tanto vigore. Ma il peggio è quando ti arriva alla testa, ti annebbia la vista, ti lascia quel gusto disgustoso e amaro in bocca. E il cervello smette di funzionare razionalmente. E tu lo sai che non stai partendo per la guerra, che non ci sarà nessuna trincea ad aspettarti, eppure in quella valigia ti sembra di avere del piombo.

La prima settimana di solito è la più tosta, dopo due giorni ti sembrano passati mesi. Io però ho sempre sofferto il weekend. Perché in cuor tuo sai benissimo che il tuo posto non è da nessun’altra parte se non con lui, in quel vostro nido, che diventa così intimo soprattutto nei weekend. Sarò banale, ma dormire insieme è il momento più sacro per una coppia. Ti abbandoni, totalmente e incondizionatamente, tra le sue braccia. Tra un intreccio di corpi scomodi, ma estremamente perfetto. E sei indifesa, le tue armi sono scariche, la tua armatura sulla sedia, niente ti può difendere, ma tu scegli comunque di fidarti. E così al tuo risveglio ti accorgi che non dormivi così serena da tanto tempo, che le coperte sono ancora in ordine e non sul pavimento, che sei riposata e compiaciuta. Bé in realtà nel mio caso, ho occupato tutto il letto, l’ho spinto fino al bordo e avrò cambiato almeno cinque o sei posizioni. Ma la cosa che più mi fa sentire a casa è quando io, dopo aver dormito quattro ore, lo sveglio con fin troppa euforia per essere una domenica mattina. “Dormi è ancora presto” mi sento dire e un secondo dopo sento le sue braccia stringermi al suo petto, un po’ per necessità, un po’ forse per timore che mi alzi dal nostro nido, che per noi significa non tornarci per un po’.
La seconda settimana inizia a pesare meno, inizi ad abituarti alla sua assenza, certo lo senti per messaggio, a volte ci scappa una chiamata, quando ti va di lusso persino una videochiamata. Sì perché a distanza devi organizzare tutto: i suoi tempi, e i tuoi, gli imprevisti, il telefono sempre carico, perché sai fin troppo bene che se perdi quell’occasione sarà un’utopia averne una seconda durante la giornata. Ma il difficile arriva quando devi prenotare treni, calcolare coincidenze, capire se hai abbastanza soldi per prendere un biglietto aereo. Mica è così facile per uno studente fuorisede far tornare tutti i calcoli a fine mese. E non lo è neanche per un lavoratore avere le ferie quando tu non sei in sessione, o non hai tutti i giorni lezione.

Comunque i primi sei mesi sono andati bene, mi sembra folle dirlo ma fu un lusso aver passato tre settimane di fila nella stessa città, soprattutto dopo che, spinta da un’altra occasione, mi ritrovo in Spagna per altri quattro mesi, durante una pandemia globale. Questa è sicuramente la parte più stressante. Sono partita il 18 febbraio e tra due giorni ci saremmo dovuti rivedere, se non gli avessero cancellato i voli. Ed è stato come un pugno dritto in faccia o nello stomaco, insomma dove fa più male. Dopo 24 giorni finalmente avrei potuto toccarlo di nuovo, accarezzargli il viso, vederlo sorridere senza avere uno schermo di mezzo. Avrei sentito il suo odore, e risentita la bellissima sensazione delle sua dita tra i miei capelli. Ma invece ti si chiede di stringere ancora i denti. E lo fai, perché in fin dei conti sei abituata, perché non è colpa di nessuno, perché lui vale molto più di una misera resa davanti ad un ostacolo. E allora riparti con i countdown, ma questa volta solo delle settimane perché sembrano di meno rispetto ai giorni, a stamparti sulla faccia un sorriso troppo tirato per essere spontaneo. Ma la verità è che dentro vorresti crollare, e ti ritrovi ad addormentarti con le lacrime agli occhi e a comporre il suo numero di telefono per dirgli “non ce la faccio così“. E iniziano le liti, l’aria è tesa, inizia a mancarti la tua famiglia, i tuoi amici e ovviamente lui. Ma sai che tanto a pasqua tornerai a casa.
Ora, in effetti, io non potevo sapere cosa sarebbe successo dopo. Un’intera nazione in quarantena, la mia ovviamente. Fino al 3 di aprile non potrò rientrare a casa, e ovviamente il mio volo era stato comprato per il 2. Cancellato. Per la prima volta nella mia vita ho sentito il panico assalirmi. Mai avrei pensato di urlare che avrei mollato tutto, che io non ce l’avrei fatta a resistere fino a data da destinarsi. Tornerò per le feste? O subito dopo? A fine aprile o i primi di maggio? Quando potrò rivederti? E nel frattempo i giorni passano, le settimane si allungano e sai che alla fine passeranno 46 giorni o anche di più, prima del vostro incontro. E l’unica sensazione che provi è una forte nausea che ti spezza in due. Ma continui a sorridere perché sai che se ti spezzi tu, se ti concedi questo lusso, l’altro ne soffrirà tremendamente. Bisogna essere forti insieme per mantenere una relazione, figurarsi a distanza. E così continui a dirti che presto vi vedrete, che alla fine non è così tanto tempo. Che siete forti abbastanza per superarla e che le chiamate aumenteranno, anche l’affetto aumenta in questi casi. Ti sembra stupido all’inizio dire certe cose un po’ “smielate“, ma dopo così tanto tempo lontani, ti sembra stupido non dirle. E hai bisogno di fargli sapere quello che provi, che in fin dei conti sei sempre bella anche in pigiama, e ci credi anche quando te lo dice. E vuoi fargli sapere che adori ogni sua imperfezione perché ti manca estremamente. Perché è di quello che ti sei innamorata, dei suoi difetti e dei suoi opposti.

Per esempio a me non piace la carne al sangue mentre lui ne va pazzo. Pochi giorni fa stavo camminando e avvicinandomi a una “carniceria” mi sono venuti gli occhi lucidi, perché in quel momento gli avrei comprato 20kg di carne solo per poterci sedere al tavolo e battibeccare sulla sua cottura.
E ci sono dei giorni in cui vorresti mollare tutto e tutti, perché stare insieme a qualcuno, dedicarsi a lui, significa scoprire quella tua parte tanto delicata, che hai custodito con tutte le tue forze, ormai già piena di crepe. Ma la verità è che sai perfettamente che quella parte di te così delicata e profonda, in realtà è sempre stata sua. E così non hai scelta che ricomporti, tirare fuori quell’armatura che avevi deposto e riaprire le danze. Anche se non sai quando, tu ogni sera vai a dormire con la speranza che le distanze si possano accorciare presto, ogni mattina ti alzi con l’ansia di avere una data. Va tutto bene, ce la faremo. Ripeti più a te stessa che a lui. Imparerò a prendermi cura di te, di noi, anche a 1429km di distanza. E non vedi l’ora di riuscire a rubare ancora un po’ di tempo, quel tempo infame che è sempre mancato. Ci vediamo presto amore mio, oggi meno di ieri.

Fermati e osserva.

Viaggiare da soli non è così male. Impari tanto da te stesso. Impari soprattutto che ti piace fare un sacco di cose che non facevi da tempo. Non fa paura viaggiare da soli, sì certo alla lunga stanca. Credo che l’uomo sia sempre in cerca di un confronto e del suo branco, anche se passeggero, ma che in fin dei conti ti fa sentire parte di un qualcosa. Ma quando sei sola, il viaggio diventa più grande. Impari a goderti ogni minuto che hai a disposizione, a visitare quelle cattedrali gotiche che ti hanno sempre affascinato, ma che per la maggior parte sono noiose. Impari a perderti nelle città, e a scoprire zone che con un planning ben definito, non troveresti mai. Impari a goderti un caffè al bar, a scambiare due parole con le persone del posto. Impari a portarti un libro dietro e a goderti il silenzio nella calma di un luogo nuovo. Ma soprattutto impari ad osservare. E ti accorgi che i ciliegi hanno iniziato a fiorire nonostante faccia ancora freddo, che alcuni nomi delle strade sono davvero buffi, e che dove non c’è gente di solito ci sono viste mozzafiato. E poi d’un tratto ti accorgi che hai camminato per 20 km, e che poi non si sta così male con se stessi. E che ogni tanto fa bene farlo, dico mollare tutto e fare quello che ti piace, senza doverlo giustificare a nessuno, senza accordi, senza compromessi. Viaggiare da soli non fa paura, siamo noi che ci facciamo tremendamente paura. Paura di non conoscerci abbastanza, paura dei nostri pensieri, dei nostri desideri. Quando invece, se una cosa la sto imparando, è che fermarsi e ascoltarsi, è la forma di indipendenza più grande che ci sia. Non si può correre sempre verso nuove mete, bisogna avere il coraggio di fermarsi e godersi il proprio tempo. Ecco cosa significa viaggiare da soli.

Prossima fermata: Valladolid

È arrivato il momento. Quell’esatto momento in cui ripieghi i vestiti e li infili in modo innaturale dentro a quelle valigie sempre troppo piccole per tutto quello che hai. Pensi a come potrà stare tutto: calcoli stagioni, gradi, precipitazioni, perché lo sai benissimo che il cambio armadio non sarà una motivazione valida e sufficiente per tornare. E così inizi a mettere sottovuoto tutto quanto: vestiti, ricordi, pensieri, paure e ansia; aspiri tutto con l’aspirapolvere e li sigilli dentro una valigia che non dovrà superare i 20kg. Impacchetti tutte le tue cose, come sei abituata a fare, e ti rendi conto di quanto alla fine niente sia così importante da portare con te tranne che delle foto usurate, la tua tazza preferita, un buon libro, la dichiarazione dei diritti dell’uomo, una sua maglia, una lettera e i tuoi post it. Tutto quello che ti serve per sentirti a casa a migliaia di km di distanza.
E io l’ho capito solo ora cos’è che davvero fa male prima di una partenza. Non è la paura di perdere persone: sono anni che sono abituati a vedermi partire, anni che subiamo i cambiamenti della vita, anni che, nonostante tutto, non abbiamo mai perso la voglia di stare insieme. Non è neanche la paura del cambiamento, sì quella c’è, è reale. Ma in fin dei conti quante volte ci siamo già trovati a questo punto? Quante volte ce l’abbiamo fatta? Può fare paura, ma gli strumenti ci sono e sappiamo come usarli. La vera tortura lenta e costante, è l’attesa.
Ogni giorno ti svegli con meno ore a disposizione, che separano te dall’imminente partenza. Ogni ora in meno che hai ti sembrano pietre che cadono sui tuoi piedi, pesanti e appuntite. Senti le gambe gonfie e la schiena rigida. Ogni abbraccio, ogni bacio, ogni “ci vediamo presto, andrà tutto bene”, rendono tutto più difficile, più spaventoso. Ed è così che ti sembra davvero impossibile chiudere quella valigia, infilare lo zaino e prendere quell’aereo. Ti sembra così difficile che inizi a boccheggiare, a percepire il vuoto intorno. Hai la sensazione di cadere, e non riesci a vederla quella fine.
Ma poi, la sveglia suona, prendi coraggio e parti. E le pietre diventano passi, l’aria leggera, non senti più il vuoto. Senti che ce la puoi fare. Sei viva, e andrà davvero tutto bene. Supererai anche questa, e non sarai sola. Non lo sei mai stata. E lo devi un po’ a te stessa e un po’ a quella persona che ti ha stravolto la quotidianità, aspettandoti, e quando l’attesa sarà troppa, accorcerà la distanza che vi separa. Ed è così che affronti le tue sfide, con l’adrenalina a mille, ma mai così sola come pensi.


Mi ricordo 4 anni fa, quando lasciai casa per la prima volta per così tanto tempo. Fuori pioveva, faceva freddo e sarei finita in un paese ancora più freddo, ancora più grigio. La seconda volta invece, mi sentivo solo molto sola, ma in cuor mio sapevo quanto fosse necessario quel taglio netto con la mia città. Questa volta è diverso. Ho un po’ imparato a gestirla meglio. I saluti sono stati più dei ciao piuttosto che dei goodbye. Sono partita per l’ennesimo test a cui  sottopormi, che in fin dei conti so che supererò. 15 settimane lontana da casa, lontana da te, 15 settimane di crescita, 15 settimane di cambiamenti; e poi i miei piedi, instancabili, torneranno dove potranno finalmente riposarsi per un po’. Sempre frenetici, ma un po’ più leggeri.

Tutto scorre inevitabilmente senza di te

Dicono che chi parte è quello che soffre meno. Destinato a cambiar vita, reinventandosi e rimettendosi in gioco, e che non abbia tempo di voltarsi indietro. Io penso che questa sia la migliore tra le ipotesi.

Chi parte ha quasi sempre paura. C’è anche la frenesia certo, di scoprire cos’ha in serbo per lui quel nuovo luogo. Ma spesso ha paura, una paura che  scorre sempre più densa e nera nelle tue vene, arrivando prima al cervello e poi al cuore, rendendolo pesante, soffocante e duro. Quando decidi di salire su quel treno lasciandoti dietro la certezza di quello che hai, non lo fai a cuor leggero. Ci sono volte in cui sono partita con la consapevolezza che avevo trovato la mia via di fuga, e ce ne sono state altre in cui dentro a quelle valigie c’erano macigni, non vestiti. E sai benissimo che una volta oltrepassata quella linea gialla di quel binario, ancora una volta, tutto andrà avanti senza di te. E tu non ci sarai ad assistere a quei cambiamenti. Minuscoli e impercettibili ma che raccontano storie, di cui tu inevitabilmente non ne farai parte. Di cosa hai paura? Qui è sempre tutto uguale. Ma la verità è che ho una paura smisurata di perdermi momenti banali ma felici, una festa di compleanno, una serata senza senso ma con più cose da raccontare che mai. La tua amica che inaugura casa, una rimpatriata tra vecchie glorie, un evento nel posto che ti piace tanto. E non c’eri neanche quando la tua amica è stata lasciata, o quando un’altra ha incontrato una nuova fiamma. Non ci sei neanche per quella mostra che tanto avresti voluto vedere. E tutto scorre inevitabilmente intorno a te, sopra di te, senza toccarti mai.

E poi più di tutto ho paura di dimenticarmi il colore dei tuoi occhi, del tuo sorriso, del tuo sguardo. Ho paura di dimenticarmi dei tuoi baci al gusto alcol e sigaretta che tanto mi fanno impazzire. Ho paura di non riuscire a ricordarmi che effetto mi fanno le tue braccia intorno al mio corpo. Ho paura della tua assenza, che è così stridula da farmi perdere il sonno.
Ho paura che al mio ritorno tu possa guardarmi strana come se non fossi io, come se ti dovessi riabituare a me, come se, in fin dei conti, sei andata via tu e gli altri si sono dovuti adattare, giostrandosi tra una routine dove tu non ne fai parte.
E forse sei  più confusa di tutti. Vivi in un’altra città che per sentirla tua ci hai impiegato tanto, ma in che fin dei conti non sarà mai come casa. Ma poi, al rientro nel tuo nido, ti accorgi che tutto è diverso. Persino casa tua. Quando ti siedi al tuo posto ma è stato apparecchiato per un altro, dove le tue cose in camera sono state spostate per mettere nuova roba non tua. E ti serve tempo per acquisire di nuovo il diritto di far parte della tua città, delle persone, di casa. Tutto quel tempo investito a ristabilire un ordine di cui sei dipendente. E quando finalmente è tutto al suo posto, tu sei costretto a partire di nuovo. Lasciando ancora una volta la felicità più intima dietro le tue spalle, ormai stanche di voltarsi di nuovo.

44°25’35″N 8°54’54″E

Mi è sempre piaciuto raccontare storie, mi dà una bella sensazione riempire intere pagine bianche con l’inchiostro. Tutto inizia sempre per gioco, poi un giorno diventa routine e poi necessità. Ovunque vada sommergo gli spazi di post-it, quaderni e note sul telefono che raccontano frammenti di vita e di emozioni. Non credo ci sia un momento giusto per farlo: arriva diretta nella tua testa, quella parola che darà il tocco perfetto a quello che stavi provando. Che, con insistente necessità, la senti spingere finché non le darai la libertà che cerca, di cui ha bisogno. E forse non solo lei. E così riga dopo riga, ti accorgi di aver raccontato un’altra storia, l’ennesima interpretazione del tuo mondo. E quindi eccomi qui, in uno scarso tentativo di mettere insieme parole nella loro semplicità e nel modo più intimo che conosco.

44°25’35″N 8°54’54″E – Voglio partire da queste coordinate. Quelle di Genova. Ecco forse questo è il luogo che più ha stimolato la mia creatività. Che pur non essendo una persona, fa parte del mio essere, delle mie radici. Una città che saprà sempre di casa, che mi ha visto cadere e poi rinascere. Dove c’è il mio tanto amato mare che, mi ha cullato tra le sue onde per 25 anni. Ovunque andrò mi porterò sempre l’odore del sale.
L’ho scoperto andando via di casa, il legame che avevo con questa meravigliosa e stretta città. Mai avrei pensato che più di tutto mi sarebbero mancate delle strade, dei luoghi, degli odori. E spesso la gente commenta la mia nostalgia dicendomi “mica sei nata a Roma o a Firenze”, ma che ne sanno quelli di cosa si prova a sentire l’odore del sale, il profumo del pesce fritto, il rumore delle onde, lo starnazzare dei gabbiani. Che ne sanno quelli, dell’infinito, del cielo che si unisce al mare, dei tramonti sull’acqua, e della luna riflessa. Ma che ne sanno quelli, di cosa si prova quando torni e ti basta guardare l’orizzonte per sentirti in pace. Ma che ne sanno gli altri che sono nati senza il salino tra i capelli e il mare negli occhi. E tutto questo l’ho apprezzato solo quando mi è stato tolto. Sono al mio secondo anno fuori sede e soprattutto all’inizio è stato difficile accettare la distanza e togliere l’ancora una volta per tutte. Temevo che Lei non avesse più niente per me, nulla da offrirmi, ma tanto da togliermi. Quest’estate dopo il secondo mese a casa, mi ricordo che un giorno, mentre facevo colazione su uno scoglio, e mi godevo i raggi di sole ancora tiepidi del mattino, mi venne voglia di scrivere per Lei. Come se potessi leggergliele davvero quelle parole, come se potessi farla innamorare di me. Ed è così che voglio concludere questo monologo su Genova, con le parole più intime che ho sviscerato pensandomi di nuovo lontana.

E ti lascio tutto,
anche quello che non ho
perché in cambio tu
mi hai dato il silenzio, e poi rumore
mi hai dato la pace e poi me l’hai tolta.
Ti lascio la mia anima vuota
da riempire con le tue onde,
ti lascio i miei occhi da riempire con l’infinito.
A te che mi hai donato il tuo colore,
ti lascio la mia essenza fatta di sale e scirocco.